Wednesday, January 20, 2010
Friday, December 11, 2009
Ho passato gli scrittiiiiiiii!!!!!!!!
A 10 giorni dalla fatidica prova scritta e dopo ore passate a pensare e sperare è finalmente arrivato il responso:PROMOSSA!!!!
Anche se è solo una tappa prima degli orali, mi godo questo successo con una bella serata in compagnia...
E da domani si ritorna sui libri...Gennaio è vicino...
Baci
Tuesday, March 31, 2009
Beautiful day...
Solo adesso ho un pò di tempo e di tranquillità per "realizzare" tutto...
"A beautiful day", canterebbero gli U2, e questa è la canzone che mi viene in mente
ripensando a quel giorno ...
Un giorno tutto da ricordare...La naturale emozione ,
Un lavoro durato mesi raccontato in dieci minuti,
Le parole di un professore che ti lasciano gli occhi lucidi,
La tua gioia e quella di chi ti vuole bene davvero.
Anche se chi mi è più vicino ripete continuamente che parlo troppo
devo riconoscere di non avere la stessa capacità quando si tratta di ringraziamenti, così come di legami affettivi
(già scrivere una dedica sulla tesi è stato uno sforzo enorme)...
Ora però sento di farlo, ma nel modo più semplice e forse più bello...
Grazie a tutti
PS:A quelli che mi dicono che non ho un cuore...Dopo questo post c'è qualche possibilità di ricredersi, che ne pensate?
Wednesday, February 11, 2009
Free press, la stampa che non conosce crisi
Tutti i quotidiani che si acquistano in edicola vendono tra i cinque e i sei milioni di copie al giorno. Ma bastano i primi quattro giornali free press, cioè distribuiti gratuitamente, a sfiorare i tre milioni di copie. È questo il risultato più clamoroso di una rivoluzione che ha trasformato il mercato editoriale, ma della quale editori e giornalisti non amano parlare troppo. La ragione? Semplice: il successo della free press fa paura alla stampa tradizionale, perché sembra inarrestabile, sottrae la pubblicità alle edizioni in vendita, per i giornalisti è un pericoloso concorrente e per i lettori rappresenta un’alternativa. Lo sviluppo di questo nuovo segmento di mercato editoriale è stato veloce. Era il 2000 quando a Roma e Milano arrivò Metro, primo quotidiano gratuito di informazione. L’intento era riproporre una formula già sperimentata in altre metropoli europee, a partire dalla Svezia, dove era nato nel 1995: fornire a costo zero notizie fruibili dal lettore nel tempo impiegato per raggiungere i luoghi di studio e di lavoro. Articoli brevi, scritti in italiano comprensibile e una scelta di informazioni da far invidia al telegiornale più popolare. Un anno dopo due grandi gruppi editoriali del nostro Paese, RCS e Caltagirone, si lanciarono nell’avventura rispettivamente con City e Leggo. Da allora il mercato italiano dei gratuiti si è progressivamente allargato, diversificando i suoi prodotti per target e contenuti, fino a raggiungere le dimensioni attuali.Ad otto anni di distanza, risultano editati in Italia 139 giornali gratuiti, di cui 105 mensili, 21 quotidiani e 13 settimanali (ma si raggiunge quota 200 se si considerano le testate con altre periodicità). E quasi la metà viene distribuita a Roma. Un fenomeno straordinario, insomma, che vale la pena di analizzare, usando le ultime rilevazioni effettuate nel 2008 dall’Associazione Italiana Free Press, che da due anni fornisce una fotografia del mercato.
Le tirature - Con riferimento alla tiratura, fra le principali testate Leggo registra il valore più alto, con 1.050.000 copie distribuite nel 2008 (tra le edizioni di Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Venezia, Verona, Bari, Genova, Bergamo, Brescia, Como e Varese), in aumento rispetto alle 860mila rilevate dall’Eurispes nel 2007, seguito da City ( distribuito a Milano, Roma, Bologna, Genova, Torino, Bari, Verona, Napoli) con 850mila copie (250mila in più in base ai dati Eurispes 2007) e Metro, distribuito a Roma e Milano (850mila copie nel 2008, 460mila secondo l’analisi Eurispes del 2007), Epolis con 600mila copie complessive (tra Roma, Milano, Torino, Bari e Palermo) e 24min con 450mila copie (presente a Roma e Milano).
I lettori - Sulla base dei dati Audipress 2008, Leggo è il più gettonato tra i free press nazionali, con 2.328.000 lettori nel giorno medio (i lettori nel giorno medio vengono stimati calcolando la media delle persone che hanno letto il quotidiano in ciascuno degli ultimi 7 giorni), di cui 1.269.000 uomini e 1.059.000 donne, seguito da City (1.986.000 lettori, di cui 1.071.000 uomini e 914mila donne), Metro (1.934.000 lettori, di cui 998mila uomini e 935mila donne) e Epolis (993mila lettori, di cui 551mila uomini e 442mila donne) su un totale di 23.278.000 lettori di quotidiani (13.941.000 uomini e 9.338.000 donne). Il successo della free press è legato a molteplici fattori, tra cui la semplicità di lettura e la facile reperibilità. L’analisi della readership effettuata da Eurisko sulla stampa quotidiana gratuita (2005) ha messo l’accento proprio su quest’aspetto: il 52% dei lettori afferma di prendere i giornali dagli appositi contenitori, il 33,6% di riceverli attraverso un incaricato alla distribuzione, il 16,5% da parenti ed amici, l’8,1%, infine, dichiara di trovarlo sul posto di lavoro o di riceverlo da colleghi.
Il fatturato pubblicitario - Non contando sulle vendite, la free press vive di raccolta pubblicitaria. Secondo i dati dell’Osservatorio sulla stampa della FCP (Federazione Concessionarie di Pubblicità) nel 2008 gli investimenti pubblicitari sulla stampa gratuita hanno registrato un incremento quanto a spazi di quasi due punti percentuali (1,7%), da 40.627 a 41.307, e un calo quanto a fatturato rispetto all’anno precedente di circa il 7%, passando da 78.998.000 a 73.586.000 euro. Decremento riscontrato in tutte le tipologie di pubblicità, da quella commerciale nazionale (passata da 52.577.000 a 48.293.000 euro, -8,1%), a quella di servizio (da 1.349.000 a 1.112.000 euro, -17,6%), fino alla commerciale locale (da 25.072.000 a 24.165.000 euro, -3,6%). Il calo del fatturato è in linea con l’andamento generale degli investimenti pubblicitari sulla stampa nello scorso anno, calati da 2miliardi 551.703 euro a 2 miliardi 421.360 euro (-5,1%). Quelli in free press rappresentano, quindi, il 3% degli investimenti totali.
Il caso Roma - Ben 66 su 139 giornali gratuiti, considerando sia quelli presenti esclusivamente a Roma che quelli diffusi anche in altre zone, è distribuita nella Capitale. Il che fa del mercato editoriale romano un caso straordinario all’interno di un fenomeno nazionale.
Non solo Leggo, City e Metro - Il panorama della stampa gratuita a Roma è molto vario: al di là dei free press più diffusi (City, Epolis, Leggo, Metro, 24min), si trovano altre testate, dai quotidiani Cinque Giorni (distribuito nella zona dei castelli romani, della Casilina e di Monti Prenestini) e DNews (nato a marzo e presente anche a Milano), fino a numerosi settimanali e mensili. Le testate settimanali sono sei, mentre i mensili raggiungono complessivamente quota 53.
La tiratura a Roma - Il numero di copie diffuse dai giornali gratuiti a Roma varia a seconda della periodicità delle testate. Per i quotidiani si va dalle 21mila copie di Cinque Giorni alle 240mila e 230mila delle edizioni romane di Leggo e Metro. A questi si aggiungono 24min con 450mila copie tra le edizioni di Roma e Milano, DNews, distribuito a Roma e Milano in circa 500mila copie, nonché Epolis e City. Nel settore dei settimanali si oscilla tra le 27mila copie de L’Ortica del Venerdì (distribuito nelle zone di Ladispoli, Cerveteri, S.Marinella e Fiumicino) ad Acchiappafilm e Cinema news, rispettivamente con 40mila e 50mila copie. Limitandosi ai mensili distribuiti solo sul territorio di Roma, si possono citare, infine, Pocket, con una tiratura per Roma di 120mila copie, 13Magazine (40mila copie), Barrio (distribuito in diversi quartieri di Roma) e Phantarei con 30mila copie, Vivi il centro e Abc Magazine (distribuito nei quartieri Aurelia, Boccea e Cassia), con 15mila copie complessive, Il Campidoglio (distribuito nei municipi del comune di Roma) e L’Unico, con 10mila copie.
Gli argomenti e il target - I quotidiani trattano di solito argomenti differenti tra loro, che spaziano dalla politica alla cronaca, fino a sport e spettacoli. In alcuni gratuiti distribuiti in più città, c’è solitamente anche una parte dedicata a fatti di cronaca locale. Settimanali e mensili sono, invece, più settoriali, basti pensare a riviste settimanali come Acchiappafilm e Cinema News, incentrate interamente sul mondo del cinema, o Gool, settimanale sul calcio. O ai numerosi mensili: 2Night, Cocktail By Night, FlemingRoma, Vivi il centro, Vivi Roma sono, ad esempio, incentrati sul mondo della vita notturna e hanno un target giovanile, Freesport, Sport Club, InformaFit sono dedicati allo sport, Acqua e Sapone, Beauty, trattano, infine, trattano di bellezza e si rivolgono a un pubblico femminile.
La raccolta pubblicitaria a Roma - Non c’è un dato pubblico complessivo sulla raccolta pubblicitaria a Roma. Ma per avere un’idea basta sentire il racconto di Claudio Matteucci, responsabile commerciale della filiale di Roma del giornale gratuito DNews: “Il nostro gratuito è riuscito a raccogliere, dalla sua nascita ad oggi, pubblicità per un valore pari ad un milione e 200-300 mila euro. Non si tratta di cifre eclatanti, soprattutto se paragonate a quelle dei gratuiti più noti e in circolazione da più tempo, ma è un risultato comunque significativo per un prodotto nato da meno di un anno e che fa ben sperare per il futuro”.
Saturday, December 06, 2008
Aids, molti giovani ancora non sanno cos'è
Di Aids si continua a morire, eppure molti giovani sono ancora completamente all’oscuro delle caratteristiche e dei rischi di questa malattia. È senza dubbio questo il dato più sconcertante emerso dall’incontro organizzato in occasione della cerimonia conclusiva del premio giornalistico intitolato a Riccardo Tomassetti, giornalista scientifico scomparso nel 2007 a 39 anni, che ha dedicato gran parte della propria attività alla divulgazione sul tema dell’Hiv. Nel corso dell’incontro, cui hanno partecipato associazioni impegnate nella lotta all’Aids, esperti e giornalisti, sono stati presentati i risultati di una ricerca che analizza la percezione del virus da parte degli utenti che si scambiano informazioni sulla rete attraverso blog e forum. I dati sono significativi: su circa 4100 messaggi dedicati alla malattia nel periodo preso in esame la maggioranza è concentrata nei forum delle associazioni, mentre solo una piccola parte è presente nei blog, spazi di conversazione meno “specializzati”. Su Internet, inoltre, l’Aids è citato molto meno rispetto, ad esempio, al cancro: in rapporto ai 3500 messaggi dedicati al cancro, sono solo 600 quelli che trattano di Aids-Hiv. “Questo significa – ha spiegato Cristina Cenci, antropologa e coordinatrice della ricerca – che in generale nel Web 2.0 l’Aids non emerge né come tema di attualità né come area di allarme sociale intorno alla salute. Non si parla di Aids perché si assume che rientri nella responsabilità del singolo e non della collettività”. Nonostante in Italia ogni giorno 11 persone si infettano con l’Hiv e sono almeno 40mila le persone sieropositive che non sanno di esserlo, il virus viene visto come qualcosa di estraneo e lontano, relegato ai paesi sottosviluppati o comunque associato esclusivamente a comportamenti “a rischio”, come lo scambio di siringhe infette o i rapporti omosessuali. Perché oggi ci si trova in questa situazione? Stefano Vella, direttore dell’istituto superiore di sanità di Roma, ha provato a fare il punto: “Una delle ragioni è il pensare che ormai, vista l’efficacia delle nuove combinazioni di farmaci, ci si trovi di fronte a una malattia ‘curabile’ e meno ‘drammatica’. In parte è vero, ma bisogna tenere alto il livello di guardia perché la terapia, anche se oggi più facile da prendere e meno tossica, è comunque complessa e va portata avanti per tutta la vita. È necessario continuare a tenere i riflettori accesi sull’Aids perché la malattia è ancora molto diffusa e perché la fascia maggiormente a rischio è quella dei giovani, e cioè il futuro di tutti noi”. È evidente che un ruolo di primo piano deve essere svolto dai mezzi di comunicazione, spesso sul banco degli imputati con l’accusa di fare “cattiva” informazione o di non farla affatto. Non in tutti casi, però: per questo motivo si è deciso di istituire un riconoscimento destinato ai giovani giornalisti che hanno avuto il merito di mantenere viva l’attenzione sul tema attraverso servizi per carta stampata, radiotelevisione e web e, dalla prossima edizione, anche blog e social network. Per la prima edizione del premio una giuria di giornalisti ha esaminato oltre 500 servizi, tutti, a detta dei membri, “di altissima qualità”: la dimostrazione che la corretta informazione può e deve fare molto per migliorare la conoscenza della malattia ed evitare, così, l’aumento della diffusione e le diagnosi tardive.
CHIARA DEL PRIORE
(LUMSA NEWS)
Thursday, November 13, 2008
Collaborare per la pace ne l nome di Dio/
ROMA- Sono trascorsi poco più di due anni da quando Papa Benedetto XVI, nel corso del suo viaggio in Baviera, pronunciava l’ormai celebre “discorso di Ratisbona”. La citazione fatta dal Pontefice durante la sua Lectio Magistralis all’Università tedesca, attribuita all’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, assediato dagli Ottomani a Costantinopoli durante la guerra santa, fu oggetto di un’aspra controversia con l’Islam. La frase in cui si affermava che “Maometto avrebbe portato solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada ciò che egli predicava”, anche se spesso estrapolata dal suo contesto ed enfatizzata dai media, causò indignazione tra i musulmani, cui seguirono polemiche e forti proteste di piazza. Da allora il tentativo di ricucire i già fragili rapporti tra le due religioni è passato attraverso varie proposte di dialogo, tra cui la lettera (dal titolo “Una parola comune tra noi e voi”) indirizzata lo scorso anno da 138 personalità musulmane al Papa e ai capi religiosi cristiani, dove emergeva l’esigenza di un confronto universale. Esigenza che si è concretizzata nel primo Forum cattolico-musulmano, organizzato a Roma dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in cui 29 esponenti cattolici e altrettanti musulmani hanno discusso sul tema “Amore di Dio, amore del prossimo”. È stato proprio il dialogo, inteso come “atteggiamento umile” nei confronti dell’altro, a fare da padrone nell’incontro interreligioso. Ad affermarlo nella conferenza conclusiva, davanti a una vasta platea di studiosi e giornalisti, è stato il professor Joseph Maila, rettore dell’ “Institut Catholique de Paris”, portavoce della parte cattolica: “Il dialogo – ha spiegato – non è uno scambio di convenevoli, ma di convincimenti. Lo spirito che lo ha caratterizzato in questi due giorni non è stato quello di uno scetticismo reciproco che spesso lo contraddistingue, né quello di un consenso puramente superficiale, ma una predisposizione che porta ad accostarsi con umiltà alle convinzioni di chi è di fronte a noi”. Obiettivo non sempre facile, soprattutto alla luce dei pregiudizi reciproci ancora presenti in alcuni esponenti delle due religioni: “Quella del dialogo – ha affermato Ingrid Mattson, presidente della Società Islamica del Nord America – è per entrambi una grande sfida. Ci sono musulmani e cristiani che non volevano ci riunissimo qui perché molte volte prevale la paura di comunicare con l’altro. Allo stesso tempo, l’iniziativa del dialogo è sorta come una necessità, in quanto la religione è ormai troppo spesso fonte di conflitti. Da qui l’esigenza di incontrarci per trovare delle soluzioni comuni”. Se la lettera inviata dagli esperti musulmani ai cristiani si limitava a individuare gli elementi comuni ai due testi sacri fondamentali, la Bibbia e il Corano, il seminario è andato oltre, individuando dei principi universali, a partire da un fondamento imprescindibile: Dio è amore e il suo amore si esplicita innanzitutto nel rapporto con il prossimo. Pilastro, questo, da cui derivano tutti i punti programmatici della Dichiarazione presentata al termine dei lavori del Forum: tra questi il rispetto per la vita umana, la tutela delle minoranze e l’impegno contro il terrorismo. “La vita umana – si legge al secondo e al terzo punto del documento – è un dono preziosissimo di Dio a ogni persona e la persona esige il rispetto della sua dignità originaria e della sua vocazione umana”; da qui l’importanza di tutelare, sulla base del rispetto per l’altro, che “include il diritto di individui e comunità a praticare la propria religione in pubblico e in privato”, le minoranze religiose: “Le minoranze religiose – si legge al punto numero 6 – hanno il diritto di essere rispettate nelle proprie convinzioni e pratiche religiose e hanno diritto ai propri luoghi di culto”; un tema, questo, enormemente dibattuto nel corso dell’incontro, anche alla luce delle persecuzioni di cristiani e musulmani laddove le loro religioni sono minoritarie: “I rapporti tra cattolici e musulmani – ha spiegato il cardinale Jean-Louis Turan, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – dipendono molto dalle circostanze politiche in cui l’Islam è religione maggioritaria, provocando spesso tensioni che poi si riflettono sulle minoranze cristiane nei Paesi islamici”.
Tensioni che sempre più di frequente sfociano in atti terroristici: “Professiamo – afferma l’undicesimo punto della dichiarazione – che cattolici e musulmani sono chiamati a essere strumenti di amore e di armonia tra i credenti e per tutta l’umanità, rinunciando a qualsiasi oppressione, violenza aggressiva e atti terroristici, in particolare quelli perpetrati in nome della religione”. Parole, queste, che suonano insolite a chi quotidianamente ascolta di continui attentati di stampo religioso, nonostante i musulmani affermino più volte di respingere ogni danno fatto ai cristiani e da parte cristiana continuino ad arrivare toni concilianti nel tentativo di fare del mondo, come afferma il cardinale Turan, “non una giungla ma una famiglia”. L’impressione è che, per ora, si sia giunti a un accordo prevalentemente sul piano etico e della giustizia, piuttosto che su quello strettamente teologico, su cui rimangono differenze che attualmente appaiono insormontabili. Oggi c’è ancora una frattura: da un lato parole rassicuranti e buone intenzioni, come la volontà di approfondire questi temi in un altro incontro da organizzare in un Paese a maggioranza musulmana. Dall’altro la realtà dei fatti, tra cui le continue invocazioni di chi intende far sentire la propria voce per combattere contro le violazioni della libertà religiosa. È di questi giorni la notizia che un gruppo di 144 cristiani, tra cui 77 musulmani convertiti, ha lanciato un appello affinché non si dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. Tra le richieste dei firmatari che la legge islamica non si applichi ai non musulmani, che sia abolita la loro condizione di dimmi, cioè di cittadini di seconda classe, che la libertà di cambiare religione sia riconosciuta come diritto fondamentale.
CHIARA DEL PRIORE(LUMSA NEWS)
Tuesday, October 21, 2008
Inchiesta sul cristianesimo:la verità oltre la fede
ROMA- Separare la verità storica dalle convinzioni che da sempre accompagnano una religione non è facile. Soprattutto se essa sopravvive da oltre venti secoli ed è ancora oggi la più diffusa al mondo. “Inchiesta sul cristianesimo”, ultimo libro del giornalista e scrittore Corrado Augias, rappresenta il tentativo di ripercorrere la nascita e l’evoluzione della religione di Gesù a partire dalle fonti disponibili, per distruggere, come afferma l’autore, le “favolette” radicate da anni nell’opinione collettiva. Il risultato, un dialogo tra il giornalista e il docente e storico della religione cristiana Remo Cacitti, ci dà un’immagine del cristianesimo completamente diversa da quella diffusa dalla Chiesa e supportata in maniera acritica dalla maggior parte dei mezzi di informazione, a partire dalle origini. Per molti studiosi, infatti, esso non è la religione di Gesù, ma il suo vero fondatore sarebbe Paolo, che ebbe il merito di trasformare una corrente del giudaismo in un culto autonomo, da lui poi diffuso nel mondo. Così come, in origine, non si poteva parlare di un’unica religione:esistevano, cioè, più “cristianesimi”, di cui uno solo avrebbe trionfato, consolidato dall’opera politica dapprima dell’imperatore Costantino, che nel 313 riconobbe la libertà di culto, e, poi, dell’imperatore Teodosio, che ne fece la religione di Stato nel 380.
Figure come quelle di Paolo e Costantino furono, secondo Augias, decisive per l’affermazione della religione, in cui il potere politico giocò un ruolo determinante: ”Nel IV secolo – ha affermato – ci fu uno stretto legame tra religione e politica, poiché il cristianesimo era considerato a quel tempo un potente strumento di attrattiva per ricompattare l’impero”.
A essere messe in discussione non sono solo le origini della fede cristiana, ma anche alcuni suoi aspetti fondamentali: ”Inchiesta sul cristianesimo” ricorda, tra l’altro, che quasi sicuramente Gesù non affidò alcuna missione universale agli apostoli, che probabilmente Pietro non venne mai a Roma, e che il pantheon romano, formato da tante divinità ognuna con un proprio compito, venne poi ripreso dalla Chiesa con il culto dei santi. O anche che un’istituzione come il celibato ecclesiastico, come si legge nel libro, “è il portato di una tradizione senza alcun fondamento biblico né dottrinale”.
La conversazione tra il giornalista che vuole “ricostruire storicamente” la religione, come si è definito Augias nel corso dell’incontro, e lo studioso del cristianesimo tocca anche punti da secoli dibattuti dalla Chiesa, dalla natura del peccato originale al problema dell’eternità di Cristo, fino alla sua resurrezione. Gesù, in quanto nato da un padre, può essere ritenuto eterno? La resurrezione si riferisce a un cadavere sepolto e ritornato in vita oppure si può parlare solo di un sepolcro vuoto, e quindi di una presenza puramente mistica?
Temi come questi contribuiscono a rafforzare le convinzioni dei più diffidenti e a stimolare l’interesse di chi guarda alla religione con “gli strumenti della ragione” , ma allo stesso tempo per un cattolico, cresciuto con gli insegnamenti del catechismo della Chiesa, sono certamente più difficili da accettare. Da anni la religione è oggetto di battaglie, spesso dure, che contrappongono scettici e credenti, ragione e fede. Se è lecito cercare di spiegarla da una prospettiva “razionale”, lo è anche chiedersi fino a che punto sia indispensabile ricostruirne ogni minimo aspetto senza lasciare spazio al mistero e all’inspiegabilità che le appartengono per natura.
CHIARA DEL PRIORE (LUMSANEWS)
Saturday, September 27, 2008
"Donne picchiate si ribellano",il coraggio di dire basta
24 SET - ''Chi ha detto che il tempo guarisce tutte le ferite? Alcune rimangono indelebili''. Martine ha 45 anni e alle spalle una vicenda di maltrattamenti finita in tribunale. Parole come queste non nascondono anni di sofferenza, ma la sua storia dimostra che si può trovare il coraggio di dire basta, a patto che lo si voglia davvero. Il nuovo libro di Aldo Rocco ''Donne picchiate si ribellano'', seconda parte di un'inchiesta iniziata dall'autore con ''Perché gli uomini picchiano le donne'', e' il racconto di mogli, madri, compagne che, come lei, hanno deciso di combattere la violenza fisica e psicologica subita dai partner e di percorrere una nuova strada.
Nove testimonianze di donne di classi e Paesi diversi, unite da lividi e percosse, ma soprattutto da dolore, vergogna, umiliazione. Tutte hanno saputo, però, fare i conti con il passato, trasformandosi da vittime a protagoniste della propria vita.
Da Martine a Leila, arrivata da clandestina in Italia e costretta a prostituirsi dal marito Murad, ''incastrato'' grazie al suo coraggio e all'aiuto di Paolo, un avvocato che ha dato a lei e alle sue tre figlie la possibilità di una vita migliore. A chi ha tagliato in maniera netta i ponti con il passato si affianca chi ha cercato di superarlo restando vicino all'uomo di cui era stata vittima.
E' il caso di Annunziata, che ha vissuto un'esistenza all'insegna della violenza e dei crimini commessi dal marito Pasqualone, ora a scontare sette anni per rapina, ma convinta che, con il carcere, ''le cose andranno meglio''. Oppure di Maddalena e Angelo, che, con il dialogo, sono riusciti a superare un passato di abusi ed eccessi, perché ''se c'e' amore una donna supera tutto per il suo uomo''. Una normalità a suo modo e' riuscita a recuperarla anche Raja, che, dopo le violenze subite dal marito Jussuf e la scoperta del suo vero orientamento sessuale, ha ricostruito con serenità vera o apparente il proprio nucleo familiare, fingendo di dimenticare la ''vera'' vita del marito.
Per affetto dei figli, per amore, spesso solo per concedere un’altra possibilità (“questo perché – afferma Mary – noi donne stimiamo gli uomini più di quanto meritino”):non è importante il motivo per cui si sceglie di dimenticare e andare avanti, ma la dignità con cui ognuna di queste donne ha saputo farlo.
Thursday, September 18, 2008
LA GUERRA DELLA TOPONOMASTICA, DA GRAMSCI ALLA MAFIA
ROMA, 18 SET - La "guerra della toponomastica" si
arricchisce di un nuovo episodio. A Cento, nel ferrarese, la
giunta di centrodestra (che già aveva tentato di intitolare una
via al gerarca fascista Igino Ghisellini) ha approvato un ordine
del giorno che mette al bando strade e piazze intitolate a
personaggi riconducibili al comunismo. A farne le spese
(scatenando inevitabili polemiche), l'unica via della città che
rientra in questa casistica: via Gramsci.
Sulla memoria si combatte da anni, in provincia e nelle
metropoli, da nord a sud. A Roma - la battaglia si è riaccesa
con l'elezione a sindaco di Gianni Alemanno - lo scontro è
sull'opportunità di intitolare una strada a Giorgio Almirante,
leader storico della destra italiana, ma anche direttore della
rivista "La difesa della razza" durante il Ventennio.
Dibattito acceso per la scelta di rendere omaggio a un
protagonista del periodo fascista anche a Verona, nell'agosto
scorso, dopo l'intitolazione di una strada a Stefano Rizzardi,
un volontario della Repubblica di Salò. Del resto anche nella
meno sospettabile Ravenna, una circoscrizione ha deciso,
all'unanimità, di dedicare una via o una piazza al primo
podestà della città, Celso Calvetti. A metà degli anni '90,
l'allora sindaco di Latina Ajmone Finestra (An) decise di
"tornare all'antico", rinominando Littoria il quartiere
centrale della città, e battezzando strade e piazze con nomi di
personaggi e località geografiche cari al Ventennio.
Sul fronte opposto, le città "rosse" da sempre si
sbizzarriscono con via Lenin, via Stalingrado, via Gramsci, per
arrivare all'"epicentro" del reggiano dove si trovano
addirittura vie Ho Chi Min e Maresciallo Tito. Fino a Cavriago,
comune il cui sindaco onorario, dal 1917, è Vladimir Ilic
Lenin.
Anche la lotta alla mafia è oggetto di scontro, quando si
tratta di ricordarne i protagonisti. Ultimo caso, a Comiso (Rg),
dove la giunta ha cancellato l'intitolazione dell'aeroporto al
parlamentare del Pci Pio La Torre, ucciso dalla mafia nell'82,
ripristinando, dopo appena un anno, la vecchia intestazione:
"Vincenzo Magliocco", generale dell'Aeronautica morto in
Etiopia nel '36. E sull'aeroporto Falcone e Borsellino, il
principale dell'isola, a pochi chilometri da Palermo, l'anno
scorso, il presidente dell'assemblea regionale siciliana
Gianfranco Micciché ha pubblicamente osservato che
l'intitolazione ai due magistrati uccisi dalla mafia,
"trasmette un'immagine negativa della Sicilia".
Su altri personaggi, legati alla storia recente del paese,
continua un dibattito che si è aperto, di fatto, il giorno dopo
la morte. E' il caso di Bettino Craxi, a cui alcuni comuni hanno
già dedicato vie, suscitando non poche opposizioni. (ANSA).
CENSIS, 10% FAMIGLIE ITALIANE VITTIME DI REATI
ROMA, 11 SET - Nell'ultimo anno e mezzo circa il 10%
delle famiglie italiane è stata vittima di un reato. Lo rivela
uno studio del Censis, che sarà presentato al World Social
Summit, iniziativa della Fondazione Roma che si terrà dal 24 al
26 settembre per discutere delle questioni legate all'evoluzione
sociale a livello internazionale.
L'allarme criminalità - è detto nella ricerca anticipata da
Giuseppe Roma, direttore Censis, a SkyTg24 - rappresenta una
delle principali paure degli italiani: ha subito almeno un reato
l'11,1% delle famiglie nel nord est, l'8,9% nel nord ovest, il
10,3% al centro e il 7,9% al sud. Sono le città più grandi,
inoltre, ad apparire più insicure: nei comuni con oltre 250mila
abitanti le famiglie vittime di episodi criminosi sono l'11,2%,
contro il 6,9% dei comuni fino a 5mila abitanti.
Analizzando le tipologie di reato, la più diffusa è il furto
in appartamento: ad averlo subito è il 37,5% delle famiglie
italiane, con una prevalenza al Centro, dove si registra una
percentuale del 52,5%, seguito dal 36% del sud, dal 33,3% del
nord ovest e dal 30,3% del nord est. Al furto in appartamento
seguono il borseggio, con una percentuale complessiva del 14,1%,
e il furto di veicoli, con il 12,5%, particolarmente frequente
al sud, dove la percentuale si attesta sul 20%.
Accanto ai dati ufficiali, per questo tipo di reati c'é
anche una rilevante percentuale di "sommerso", vale a dire
reati subiti ma non denunciati: sia per il furto in appartamento
che per il borseggio la percentuale è del 19,3%, e arriva al
35,7% soltanto nel nord ovest, area con il tasso di sommerso
più alto.
Ma quali sono i luoghi o le situazioni in cui gli italiani si
sentono più insicuri? Attraversare una zona frequentata da
tossicodipendenti è la maggiore ansia per il 36,8% degli
intervistati, più uomini (42,2%) che donne (33,5%). Il 22,9%,
invece, ha indicato come fonte di insicurezza l'attraversare una
zona ad alta presenza di immigrati (i più timorosi sono i
giovani con una percentuale del 33,7%), mentre il 20,5% segnala
l'uscire di banca o dalla posta dopo aver ritirato denaro
contante. Essere solo a casa di notte, nonostante la grande
frequenza di furti in appartamento, è motivo di paura solo per
il 10,9% degli intervistati, in prevalenza donne (13,2%).
(ANSA).
ORDINANZE ANTI-VU'CUMPRA' E PER CASSONETTI, MA SERVONO SOLDI
ROMA, 6 AGO - Un provvedimento anti-rovistaggio nei
cassonetti per prevenire il degrado sulle strade. Quella
annunciata da Gianni Alemanno e' una delle prime ''ordinanze
creative'' auspicate dal ministro Maroni, all'indomani della
firma del decreto che amplia i poteri dei sindaci in materia di
sicurezza. Ma ci sono gia' anche altri colleghi del primo
cittadino di Roma che annunciano misure contro il degrado e la
criminalita' diffusa.
Il sindaco di Alassio, prendendo esempio da Venezia, ha gia'
firmato un'ordinanza 'anti-vu'cumpra' (divieto di trasporto di
mercanzia in borsoni e sacchi di plastica e di utilizzo di
furgoni come deposito merce). Un doppio stop a venditori abusivi
e graffitari, viene dal sindaco di Massa Roberto Pucci:
''Firmero' - spiega - un'ordinanza che prevede l'installazione
di telecamere nei punti piu' nevralgici e decideremo con la
prefettura eventuali altre iniziative''. Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, parla di nuovi
interventi per arginare il fenomeno della prostituzione e il
dispiegamento di 'assistenti civici' con funzione di controllo,
in aggiunta ai 75 soldati inviati dal ministro La Russa. Per
''tutelare il decoro'', anche il primo cittadino di Padova, il
democratico Zanonato, intende multare i clienti di prostitute
che intralciano il traffico. ''Lo stesso - continua - vale in
caso di immobili occupati, di aree invase da ambulanti, o di
zone rese invivibili dalla presenza di clandestini''.
Ma c'e' anche chi, a prostituzione e accattonaggio, intende
aggiungere la battaglia contro lo spaccio di stupefacenti: e' il
caso di Torino, dove al Tossic park oggi controllato
dall'esercito, si aggiungono locali notturni e bar 'piazze
dello smercio'. ''Abbiamo raccolto tutte le segnalazioni di
polizia, vigili e carabinieri - afferma il sindaco Chiamparino -
in cui si dice che in quei posti si spaccia droga. Ecco, adesso
stiamo lavorando per riuscire ad intervenire in modo serio
contro di loro''.
Chiamparino, tuttavia, pur apprezzando il decreto, chiede
piu' risorse: ''E' inutile concedere piu' poteri ai primi
cittadini se poi mancano gli uomini alle forze dell'ordine,
oppure non c'e' la benzina per far girare le volanti della
polizia. Il problema e' che senza soldi non si fa nulla''.
Qualche riserva anche dal sindaco di Genova, Marta Vincenzi, che
spera che le nuove risorse non sostituiscano quelle gia'
promesse per il Patto sulla sicurezza, e da Massimo Cacciari,
primo cittadino di Venezia, che commenta:''Non ci sono novita'.
Non ci hanno appuntato nessuna stella da sceriffo sul petto. Se
non ci danno uomini e mezzi andremo avanti, come fatto fino ad
oggi, tra sussurri e grida''. Toni polemici, infine, da parte
di Adriana Scaramuzzino, vice di Sergio Cofferati, la quale ha
parlato di ''una logica da anni '30 che non e' al passo con la
democrazia. Nel momento in cui si ha solo un'impostazione di
questo tipo e non si fronteggiano i problemi dando delle
alternative significa che stiamo precipitando velocemente verso
uno Stato di polizia'' . (ANSA).
UNIVERSITA': PARTE CORSA ALLOGGI, TANTI AFFITTI 'NERI'
ROMA, 5 SET - Con l'imminente inizio del nuovo anno
accademico ritorna la corsa agli alloggi per gli studenti fuori
sede. Ogni anno sono messe a disposizione degli studenti
residenze da parte delle università, delle aziende regionali e
degli istituti religiosi, variabili a seconda della
disponibilità. Stando ai dati del Ministero dell'Istruzione
relativi al 2007, le regioni con il più alto numero di
fuorisede sono Lombardia (circa 94 mila su 200 mila totali),
Lazio (circa 75 mila su 185 mila), Emilia-Romagna (circa 80 mila
su 121 mila) e Veneto (circa 59 mila su 92 mila). In tutti
questi casi il numero di posti letto totali messi a disposizione
é nettamente inferiore a quello di chi studia fuori dalla
propria regione d'origine: sono circa 10 mila per la Lombardia,
circa 6.000 per l'Emilia-Romagna, 4.200 circa per il Lazio e
5.030 per il Veneto. Ci sono, poi, regioni come Valle d'Aosta e
Molise, in cui non c'é alcun posto letto messo a disposizione.
In nessuna delle altre regioni, inoltre, i posti letto sono
sufficienti a soddisfare la domanda dei fuori sede.
La conseguenza inevitabile è che si ricorre sempre più alle
offerte di alloggi privati. E a riproporsi è il vecchio
problema di affitti in nero e sempre più alti. Qual è la
situazione nelle regioni italiane a riguardo? In base a una
ricognizione sui siti dedicati agli studenti, al vertice della
classifica delle città più care c'é Roma, seguita da Milano e
Firenze. Se nella Capitale il costo medio di una stanza singola
é di 500 euro, variabile a seconda della zona e della
metratura, a Milano e Firenze la media è di 400 euro. A seguire
Bologna, che, con un costo medio (sempre in riferimento alla
singola) di 350 euro, in aumento rispetto allo scorso anno, è
la città universitaria più cara dell'Emilia-Romagna: città
come Parma e Modena si attestano sui 300 euro. Partendo dal Nord
si riscontra questa cifra anche ad Aosta, Torino, Genova (meno
cara è Savona, con una media di 250 euro a singola), e, verso
est, Verona e Venezia, mentre leggermente più economiche per
chi vuole studiare sono Padova (costo medio singola 250 euro) e,
in Friuli, Udine e Trieste, dove per avere una stanza singola si
pagano mediamente 200-220 euro.
Se Firenze è la città universitaria più cara dopo Roma e
Milano, le altre città toscane non si rivelano comunque
convenienti: a Pisa e Siena il prezzo medio di una singola è di
300 euro. Più economiche sono Umbria, Marche, Abruzzo e Molise:
per studiare negli atenei di Perugia, Ancona, Camerino,
l'Aquila, Chieti e Campobasso occorrono mediamente 200 euro per
una stanza singola. Più abbordabili si rivelano, infine, le
città meridionali:se affitti un po' più alti si riscontrano a
Napoli, dove il prezzo medio di una singola è di 300 euro, per
le altre città si oscilla tra i 200 euro di Bari, Potenza,
Cosenza, Catanzaro, Reggio Calabria e delle città universitarie
delle isole (Messina, Catania, Palermo, Enna, Cagliari) e i 150
euro di Foggia e Lecce. (ANSA).
Monday, September 01, 2008
Wednesday, August 13, 2008
Monday, August 11, 2008
Le mie inchieste per Lumsa news/colf e badanti a Roma
COLLABORATORI FAMILIARI: IL 90 % È STRANIERO
ROMA- Una città nella città: è questa l’espressione più adatta a definire l’estesa comunità di immigrati presente a Roma. Da tempo, infatti, la Capitale rappresenta il punto di maggiore concentrazione di stranieri; tra questi una fetta consistente è rappresentata da coloro che trovano lavoro come badanti o colf, abbreviazione utilizzata per identificare i cosiddetti “collaboratori familiari”. Chi sono questi lavoratori e quali sono le caratteristiche del fenomeno? Secondo i dati del IV rapporto Caritas sull’immigrazione, su oltre 431mila immigrati presenti nella provincia di Roma e 165mila occupati nati in paesi esteri, circa 15mila lavorano nell’assistenza alle famiglie, il 9,5 % del totale. A Roma, inoltre, è straniero ben il 90 % del totale (italiani e stranieri) degli addetti di questo settore: la nostra città detiene il primato per numero di collaboratori familiari immigrati. La maggior parte di essi, quasi l’87 % dei domestici stranieri, è costituita da donne, con un’età media che si aggira sui 40 anni, mentre una quota del 18 % supera i 50 anni. Questo perché, come ci ha spiegato la dottoressa Ginevra De Maio, coordinatrice del rapporto insieme a Franco Pittau, tra le donne molte sono signore di mezza età che partono lasciando figlie e famiglia nel paese d’origine. I principali paesi di provenienza sono quelli appartenenti all’area dell’ex Urss, in particolare Romania, Ucraina e Polonia: circa il 43 %, infatti, arriva da un paese dell’Europa centro-orientale, il 23 % dall’Africa e il 16 % dall’America Latina.
Una buona parte è, inoltre, diplomata e compie occupazioni inferiori rispetto alla qualifica professionale: a Roma tra gli stranieri residenti, quelli con un titolo di laurea o di scuola superiore sono il 52%, con una formazione più elevata rispetto al resto dell’Italia, dove sono il 42%. Collaboratrici familiari e badanti guadagnano mediamente, secondo l’Inps, 4.860 euro all’anno (poco più di 400 euro al mese), di fatto la metà della retribuzione percepita da un lavoratore immigrato (pari a 10.000 euro annui). Questo può dipendere da diversi fattori: i datori sono famiglie che non sempre possono pagare cifre elevate, una quota del lavoro svolto non viene dichiarato e rimane quindi nella sfera del sommerso, la maggior parte dei lavoratori domestici sono donne, le quali in generale si è visto che percepiscono una retribuzione inferiore a quella degli uomini di circa il 41,2%. Ma quali sono le intenzioni di colf e badanti straniere? Quasi tutte di fatto restano in Italia, dato che dal 2006 al 2007 sono stati solo 16.900 gli immigrati che si sono cancellati dalle liste anagrafiche per trasferirsi all’estero.
Tendenza probabilmente favorita dalla volontà di incentivare la regolarizzazione, anche se di fatto la situazione non è stata sempre la stessa: se nel 2002, a seguito della cosiddetta “grande regolarizzazione”, i lavoratori domestici hanno superato le 500 mila unità grazie all’emersione di circa 250mila lavoratori immigrati prima relegati nel sommerso, negli anni successivi il loro numero invece di crescere è diminuito, probabilmente perché i contributi vengono versati in occasione delle procedure di regolarizzazione per favorire la presenza legale in Italia, ma poi vengono interrotti, in misura parziale o totale (‘reimmersione’), per lo meno fino al momento in cui si rende necessario il rinnovo del permesso di soggiorno (‘riemersione’). Con l’ultimo decreto flussi (quello del 2007) è stata, tuttavia, prevista una quota di lavoratori domestici da far entrare regolarmente pari a 65.000 in tutta Italia e a 4.000 nella provincia di Roma.
Gli adempimenti indispensabili per il datore di lavoro consistono nel dotare colf e badanti del permesso di soggiorno nel caso in cui siano cittadine extracomunitarie e della Carta di soggiorno CEE per quelle di nazionalità extracomunitaria. Va segnalata, infine, la nascita di associazioni per l’inserimento e la tutela delle lavoratrici immigrate: si possono citare, ad esempio, la Acli Colf, Associazione professionale delle Acli che organizza le collaboratrici e i collaboratori familiari, e la Api-colf, associazione ecclesiale con consulenti sia in campo nazionale che in campo locale. Dal marzo 2005, inoltre, esiste a Roma il “registro cittadino per assistenti familiari”, un vero e proprio albo in cui sono registrati tutti i nomi di chi fa assistenza agli anziani, a disposizione di chiunque cerchi un collaboratore con esperienza qualificata.
CHIARA DEL PRIORE (10/04/08)
Le mie inchieste per Lumsa News/Morti bianche
ROMA- Il problema delle morti bianche è stato riportato all’attenzione dalla recente tragedia della ThyssenKrupp. Per comprendere l’effettiva portata del fenomeno, abbiamo dato un’occhiata alle ultime statistiche: secondo l’INAIL, nei primi nove mesi del 2007 i casi di infortuni mortali sul lavoro sono diminuiti del 2,1% rispetto al periodo omologo dell’anno precedente. Tra i mesi di gennaio e quello di settembre 2007, infatti, ci sono stati 965 casi di infortuni mortali sul lavoro, rispetto ai 986 riscontrati nello stesso periodo del 2006.
Anche se i numeri fanno registrare una lieve diminuzione dei casi di morti sul lavoro, abbiamo cercato di commentare i dati relativi alla provincia di Roma e alla Regione Lazio con Antonio Napolitano, direttore della sede regionale dell’ INAIL .
L’episodio della ThyssenKrupp ha riportato all’attenzione il tema delle morti sul lavoro. Quali sono le proporzioni del fenomeno a Roma e nel Lazio e i settori maggiormente colpiti?Da questo punto di vista la Regione Lazio può considerarsi una regione “virtuosa”, poiché il tasso di mortalità è molto inferiore se confrontato con quello di altre regioni italiane. Questo perché la maggior parte delle imprese laziali operano nel settore terziario. In ogni caso, la maggior parte degli episodi si riscontra prevalentemente nel settore dell’edilizia e in quello dei trasporti.
Quali sono gli ultimi episodi riscontrati nella Capitale?Il mese di dicembre è stato molto negativo. A pochi giorni di distanza si sono registrati vari episodi:
un operaio di 22 anni ha perso la vita cadendo da un’impalcatura a Pomezia e si tratta del secondo caso in due anni avvenuto con le stesse modalità; sempre a dicembre un apprendista dipendente delle Ferrovie dello Stato è stato travolto da un treno a Terricola mentre lavorava alla tratta ferroviaria Roma-Napoli. L’ultima tragedia risale a pochi giorni fa, quando un uomo di 45 anni di origine romena è stato travolto e ucciso nei pressi della stazione di Palo Laziale da un treno regionale partito da Roma Termini e diretto a Civitavecchia.
Quali sono gli strumenti legislativi approntati per combattere il fenomeno e ci sono, invece, delle soluzioni ancora da adottare?In materia di sicurezza sui luoghi di lavoro il nostro Paese presenta un quadro legislativo abbastanza completo. Il primo riferimento risale alla legge 547 del 1955, che ha regolamentato la sicurezza nei luoghi di lavoro fino agli anni Novanta. Le più recenti sono il decreto 626 del 1994, con le successive modifiche, la legge 494 del 1996 sui cantieri, la 123 dello scorso 8 agosto, fino ad arrivare al decreto Bersani e al decreto legge sulla sicurezza, attualmente in fase di discussione.
Le norme esistenti sono adeguate, quello che occorre far capire, al di là degli strumenti legislativi, è che è necessario diffondere la cultura della sicurezza sul lavoro, a partire dalle aziende, ed avere più rispetto per le condizioni dei lavoratori. Nel caso della ThyssenKrupp, cui lei faceva riferimento, l’impresa ha grandi colpe, tra cui quelle di aver dimezzato il personale, prolungando così l’orario lavorativo degli operai a disposizione, costretti a turni anche di 16 ore, e di non aver tenuto conto delle esigenze dei suoi dipendenti.
Secondo lei, il lavoro nero influisce sul problema e in che misura?Il lavoro nero ha influito e influisce sul problema. È ovvio che nel caso dell’assunzione in nero di un lavoratore ci sia scarsa o nessuna attenzione per la sicurezza del lavoratore. Tuttavia ora con le nuove norme il lavoro nero è fortemente perseguito: di recente, infatti, è avvenuta la chiusura di 3000 cantieri edili in seguito alla disposizione che vieta una percentuale di lavoratori in nero superiore al 20% dei dipendenti. Questo è solo un esempio di come si stia cercando di debellare il fenomeno.
CHIARA DEL PRIORE (10/01/08)
Saturday, August 09, 2008
Le mie inchieste per Lumsa news/Abusivismo
Abusivismo: E’vera emergenza?
ROMA. Quali sono le effettive proporzioni del fenomeno dell’abusivismo nella Capitale e quali strumenti sono stati approntati per combatterlo? Lo abbiamo chiesto all’ assessore alla sicurezza del Comune Jean Leonard Touadi e ad Antonio Di Maggio, comandante dell’ VIII gruppo e capo del nucleo sicurezza urbana della polizia municipale di Roma. Il comandante Di Maggio si sofferma soprattutto sul caso lavavetri: ”Il mercato dei lavavetri -spiega- è in mano, per l’80% dei casi, a cittadini di origine romena, i quali hanno conquistato le postazioni dei semafori a suon di botte. Secondo i nostri rilievi a Roma esso conta su poco più di un migliaio di persone tra adulti e bambini, che però si dedicano anche all’accattonaggio”. La questione, dunque, sembra essere di portata decisamente minore rispetto alle attese: ”Il caso di Firenze –continua Di Maggio– portato all’attenzione della stampa, è stato poi gonfiato. Noi, infatti, abbiamo agito su alcune priorità più urgenti come il commercio abusivo, la mendicità, la difesa delle piazze del centro storico dai borseggiatori e soprattutto la prostituzione minorile”. Nessuna ordinanza anti-lavavetri, quindi, ma una forte intensificazione dei controlli per fronteggiare non solo questo fenomeno, ma anche quello dei tanti parcheggiatori “improvvisati” che si aggirano per le strade della Capitale. Si tratta perlopiù di nordafricani e italiani, quasi tutti ex detenuti e/o tossicodipendenti, concentrati prevalentemente in alcune zone, tra cui il Verano, l’Olimpico, il Flaminio e, in estate, il litorale romano, Ostia su tutti.
A parlarne è ora Jean Leonard Touadi, il quale, a differenza di Di Maggio, è convinto dell’esistenza di un vero e proprio racket, che regolerebbe la spartizione di semafori e aree di sosta per gli abusivi. Attualmente, ha messo in evidenza l’assessore, non esiste una regolamentazione di carattere generale che riguardi nello specifico queste due tipologie di lavoro abusivo: ”Siamo in attesa di provvedimenti governativi -spiega- perché il Comune di Roma ha sottolineato già la necessità di norme nazionali, ogni città non può fare a modo suo per queste cose”. Gli unici riferimenti normativi, infatti, possono essere rintracciati nell’art. 155 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza e negli articoli 671 e 600 del nostro Codice penale, rispettivamente sull’accattonaggio e sulla riduzione in schiavitù; a rafforzare il quadro nazionale in materia è intervenuto solo ora il tormentato pacchetto sicurezza, giunto all’approvazione la scorsa settimana. Parte integrante del pacchetto è proprio il disegno di legge sulla pubblica sicurezza, che prevede, tra le varie disposizioni, il potenziamento del potere di sindaci e prefetti e il rafforzamento della collaborazione tra forze dell’ordine e vigili urbani. L’obiettivo resta sempre quello di contrastare il diffondersi di un fenomeno che, se da un lato potrebbe danneggiare i cittadini, dall’altro va analizzato nelle sue dimensioni reali, evitando di ricreare un nuovo "caso Firenze"
(CHIARA DEL PRIORE(LUMSA NEWS-05/11/07)
Thursday, August 07, 2008
Wednesday, April 11, 2007
Un’inchiesta sul caro affitti nella capitale alla ricerca della soluzione più conveniente
FUORISEDE A ROMA? CORAGGIO NON E’ FACILE PER NESSUNO
La capitale risulta essere la più cara tra le città universitarie con un rapporto qualità - prezzo tra i più bassi d’Italia
Due parole prima di iniziare
Questo lavoro sul caro affitti per gli studenti di Roma nasce dall’esperienza personale di chi trasferendosi da un’altra città si è cimentato nell’avventura di cercare casa vagliando tutte le opportunità possibili.
Abbiamo sentito varie testimonianze di tanta gente che si è trovata nella nostra stessa situazione, abbiamo fatto alcune ricerche cercando anche di sentire una voce più istituzionale come il sindacato degli affitti rendendoci conto che la situazione non è delle migliori.
Studiare e’ ancora un diritto?
Diritto allo studio? Solo uno studente che si accinge a spostarsi un in un’altra città per studiare sa a cosa va incontro. Case fatiscenti affittate anche a 6 studenti alla volta dai prezzi improponibili, annunci discriminatori, contratti inesistenti che non consentono agli studenti di poter concorrere per una borsa di studio per studenti fuori sede. Sono circa quattrocentomila gli studenti che decidono di proseguire gli studi universitari lontani da casa; le mete più ambite rimangono le classiche grandi città come Roma , Milano, Napoli e Bologna ma negli ultimi anni si è registrato un cambiamento di rotta verso città più piccole e a misura di studente come Padova, Siena e Catania.
La motivazione va sicuramente ricondotta anche ai prezzi degli appartamenti ed al costo della vita nelle grandi città che è diventato davvero proibitivo.
Secondo il Sunia, il sindacato degli inquilini, gli affitti nell’ultimo anno sono aumenti dell' 8,7 %, oltre quattro volte il tasso di inflazione che nel 2006 si è attestata ad una media del 2,1%, il che rende l’affitto un lusso che i redditi più bassi non possono più permettersi.
Prima in questa classifica nera per le grandi aree metropolitane è Roma, dove i canoni sono aumentati di ben il 12%, dopo viene Milano con un incremento dell'11%, seguita da Venezia e Firenze con il 10%. Gli aumenti più contenuti sono stati registrati a Torino con il 6,5% e a Bari e Catania, con il 6%. Per un alloggio medio di 80 mq quindi il costo dell'affitto passa dai 502 euro nella periferia di Bari ai 2000 nel centro di Milano. Ad un livello intermedio si collocano i rincari di Bologna, Napoli, Genova e Palermo.
Con queste cifre parlare di diritto allo studio sembra davvero una barzelletta.
Cercare casa nella giungla dell’immobile
La prima cosa da fare per uno studente o chi che sia che si trasferisce in una nuova città è quella di cercare un posto dove vivere. La prima soluzione auspicabile sarebbe di cercare una casa in affitto da dividere con altre persone; lo si può fare attraverso il passaparola, internet, le bacheche dell’università ed il caro vecchio “portaportese” che raccoglie annunci di tutti i tipi.
Il problema è che il più delle volte ciò che si trova è molto diverso da quello che si cerca. “Ho visto alcune case davvero squallide – racconta Agnese, studentessa di Bari a Roma da due anni – senza balconi, con cucine piccolissime e un solo bagno per cinque o sei persone” .“Senza contare - prosegue Francesca l’amica siciliana che è con lei – il problema delle distanze perché a Roma non si può certo sottovalutare il problema della zona dove si va ad abitare che se è troppo distante dai posti da frequentare diventa davvero uno stress spostarsi”.
I prezzi variano dai trecentocinquanta ai cinquecento euro per una stanza singola ma si può pagare anche di più se la casa è in centro.
L’altra irregolarità tipica degli affitti per gli studenti è la mancanza di contratti con un reale valore legale.
Sono Centoquarantaquattro i milioni di euro versati nelle casse di padroni di casa privati. Incassi record per i padroni di casa che, secondo quanto dichiarato dagli studenti, nel 41% dei casi non pagano un solo centesimo di tasse perché non rilasciano il contratto. La modalità contrattuale più diffusa (dopo quella in nero, ovviamente) è quella del concordato secondo la legge 431/98 (27,53%) che comunque fornisce ai padroni di casa non poche agevolazioni fiscali.
Emblematica a riguardo è la testimonianza di Alessandra: “Un paio d’anni fa ho preso in affitto una stanza in un appartamento vicino a via tuscolana casa molto spaziosa non nuovissima ma tenuta bene. Tutto proseguiva bene sia con le mie coinquiline che con il proprietario fin quando quest’ultimo ha deciso che quando doveva venire a Roma una di noi doveva cedergli la stanza e dividere la stanza con una delle coinquiline…la stanza ambita dal proprietario era la mia perché il letto era matrimoniale; premettendo che quando lui aveva comprato i mobili io gli avevo chiesto un letto in più per ospitare i nostri genitori o magari qualche amico essendo tutte studentesse fuorisede…mi ha detto che per lui andava bene però, me lo dovevo pagare io quindi, gli ho dato i soldi della differenza di prezzo tra un letto singolo e il matrimoniale!!! Da quel momento sono iniziate le liti e le incursioni improvvise! Ovviamente sia a me che alle mie coinquiline non andava di avere lui e la sua famiglia in giro per casa dopo che pagavamo 350 euro di affitto per camera più le spese condominiali e le utenze, e non avevamo neanche un contratto d’affitto!!!! Ci sono volute le chiamate dei miei genitori e dei genitori delle altre per calmarlo e fargli capire che la sua era una pretesa assurda. Era tutta un’illusione! Prima delle vacanze estive il proprietario è venuto a trovarci con la moglie e si è dimostrato molto gentile e ha detto diplomaticamente che se noi non accettavamo la sua condizione, una pretesa assurda per me, potevamo cercarci un’altra sistemazione !!! Bene armata di buona volontà sono andata da una mia amica avvocato e abbiamo scritto una lettera dove essenzialmente c’era scritto che non ci poteva cacciare via visto che non avevamo un contratto! Lui di tutta risposta ha mandato una lettera del suo legale che ci invitava a lasciare l’appartamento a fine contratto (quale non si sa !!??? Visto che non avevo firmato nulla!) In base a quale articolo del codice civile o legge vorrei ancora capirlo… Finite le vacanze estive è iniziato l’inferno vero è proprio… lui è venuto a casa e ci ha minacciato verbalmente, ha alzato la voce e ha iniziato a parlare male dei nostri genitori. A questo punto la situazione era diventata veramente insostenibile: chiamate al telefono, minacce, le solite sue incursioni senza preavviso, eravamo persino controllate in ogni nostro movimento dal portiere del palazzo che riferiva tutto al proprietario di casa… siccome per studiare si ha bisogno di un minimo di tranquillità e soprattutto è grave quando non ti senti al sicuro a casa tua e non sai al sicuro le tue cose io e le altre ragazze abbiamo deciso di lasciare la casa. A me non andava che la storia finisse così insieme ad una delle ragazze siamo state dalla polizia per chiedere informazioni e se era il caso di denunciarlo… sono uscita dal commissariato di polizia allibita, ho trovato un ispettore di polizia che ha tempo perso faceva l’agente immobiliare e mi ha fatto discorsi assurdi sul mercato degli affitti romano e mi ha detto che era dispiaciuto per quello che mi era successo ma mi sconsigliava di andare avanti con una denuncia perché testuali parole: “Signorina ma sa in Italia come vanno queste cose… sono storie che non hanno fine!”. Non ero ancora soddisfatta e sempre con la mia coinquilina sono stata dalla guardia di finanza e siamo state ricevute da un capitano competente che ci ha spiegato quello che dovevamo fare se volevamo procedere legalmente e quando gli raccontavamo la storia lui stesso stentava a crederci… A distanza di anni avremmo potuto ottenere un risarcimento economico per quello che avevamo sopportato, e quasi sicuramente avremmo dovuto pagare anche noi inquiline una multa perché comunque avevamo preso in affitto un immobile senza seguire le vie canoniche di un contratto regolare, ma non era questo il problema, eravamo stanche !!! Stanche di essere prese in giro, stanche di essere trattate come pezze da piedi... Per concludere vorrei puntualizzare due cose la prima è che le mensilità da parte mia e delle mie coinquiline sono state sempre pagate con regolarità (anche quando ci minacciava!) tramite bonifico bancario; la seconda è che mai non abbiamo firmato un contratto perché il proprietario di casa ha detto che essendo lui un medico avrebbe dovuto pagare troppe tasse se aggiungeva un’altra rendita registrata però, aveva proposto una scrittura privata che non abbiamo firmato perché non ci convinceva, sono sicura che a questo punto qualcuno mi obietterà che non avrei dovuto prendere in affitto la casa senza un regolare contratto, ma a Roma praticamente nessuno affitta a studenti con un contratto regolare… noi studenti dovremmo pur stare da qualche parte!!!”.
E se lo Stato ci desse una mano?
Un’altra soluzione che il povero studente fuorisede potrebbe tenere in considerazione è quella di fare domanda per una borsa di studio e richiedere un alloggio in nome del caro buon “diritto allo studio” ma anche questa situazione non è tra le più facili. Per i quasi 400.000 studenti fuori sede italiani (stima Anci 2004) ci sono poco più di 50.000 posti totali in residenze universitarie, vale a dire 1 letto ogni 8 persone. Il problema più grave non risiede nella mancanza dei posti letto ma nell’illegalità all’interno degli studentati.
Il più delle volte le strutture ospitano persone che non hanno niente a che fare con la condizione di studente universitario o che hanno presentato certificazioni fasulle sulle proprio condizioni economiche e patrimoniali false, togliendo così la possibilità a chi ne avrebbe davvero diritto. L’esempio lampante è la residenza della Sapienza: Casalbertone in cui regnano anarchia ed ingiustizie.
“Qui le magagne sono tante e l'Adisu non controlla. – dice Mirko, intervistato da Sudenti.it riguardo la situazione dello studentato - Sono tanti gli stranieri che vivono in stanze che sulla carta non sono loro assegnate. Ad esempio di fianco a me dovrebbe viverci un tale Antonio Cassano, mentre invece vive un ragazzo albanese. In pratica quando si assegnano le stanze si sceglie un cognome fittizio e inesistente per poi fare entrare a vivere qualcun altro. Qui dentro nessuno è pulito al 100%. Molti studenti ospitano abusivamente degli amici per periodi anche di 6 mesi, un anno. Io personalmente non mi sento di condannarli: fino a giugno ho ospitato un mio amico che faceva uno stage non retribuito e non poteva permettersi un affitto. L'ho fatto con piacere e soprattutto non ho tolto il posto a nessuno.”
Senza contare il problema del subaffitto come testimoniato nello stesso articolo: “Conosco uno che si è laureato nel maggio scorso ed ha fatto pure la festa qui dentro e nonostante questo continua a vivere qua, senza pagare la retta e senza che nessuno gli venga a dire nulla. Spesso mi capita di pensare che se invece di essere stata una delle ultime nella graduatoria degli assegnatari, fossi stata esclusa, sarebbe stata anche colpa di quell'abusivo. C'è gente che per una stanza sborsa 350 euro che vanno tutte nelle tasche di studenti che per l'Adisu sono “meno abbienti” e (quindi giustamente assegnatari di alloggio), mentre invece potrebbero benissimo permettersi una stanza privata, anche senza il subaffitto.”
Anche la Lumsa pur essendo un ‘ università privata ha uno studentato per i suoi studenti o meglio per le sue studentesse visto che è solo femminile. “ I posti sono solo ventitre – spiega Riccardo Rosa membro della Commissione Diritto allo Studio e Presidente del Consiglio degli Studenti- non ci sono camere singole ma solo doppie o triple ma è sempre comunque una buona opportunità che l’università offre. Ci si sta impegnando per creare una residenza anche maschile nonostante il più delle volte i ragazzi non siano interessati a questo tipo di soluzioni”.
Vivere in istituto
Un altro tipo di soluzione che a Roma molto diffusa è quella di alloggiare in uno dei numerosi istituti religiosi presenti sul territorio.
Per certi versi è una situazione piuttosto comoda perché sono quasi sempre collocati in zone abbastanza centrali della città e si trova quasi sempre posto.
Ciò che stupisce sono i prezzi che variano dai duecentocinquanta ai cinquecento euro per una camera singola in cui il più delle volte non sono compresi né i pasti, né il riscaldamento.
Angela è una studentessa di lingue del primo anno, viene da Campobasso e sta in un istituto in via delle Botteghe Oscure non per scelta sua ma per volere dei suoi genitori che così “si sentono più tranquilli” – rivela. “Stare in istituto ha i suoi vantaggi – spiega – perché non ti senti mai sola in quanto c’è sempre gente che va e che viene, l’unico problema sono gli orari che naturalmente non permettono troppa libertà”.
Chi tutela gli studenti?
“Di fatto nessuno – ci risponde Emiliano Guarneri, responsabile del Sunia di via Galilei - perché non ci sono forme contrattuali speciali applicabili agli studenti fuorisede ed è sicuramente vero che oggi sono la fascia meno tutelata al pari degli anziani e degli immigrati”.
“Le istituzioni si stanno muovendo in questo senso – assicura il dott. Guarneri – infatti il Sunia ha chiesto al Comune di Roma di mettere a disposizione un centinaio di alloggi per gli studenti che decidano di denunciare le situazione disagiate e al limite della legalità in cui vivono. Naturalmente perché questo avvenga è necessario che sia garantita loro un’altra sistemazione. Solo una cultura della denuncia delle illegalità può arginare il fenomeno degli affitti in nero e tentare di migliorare in qualche modo la situazione.”
Tiriamo le somme
Il nostro viaggio nell’intricato mondo fittizio degli affitti della capitale è terminato nella sede del Sunia con la speranza che le cose possano cambiare e il diritto allo studio diventi davvero tale e non la possibilità elitaria che solo alcuni si possono permettere.
Scegliere Roma per proseguire gli studi vuol dire investire sul proprio futuro nella speranza che una grande città offra maggiori possibilità e un paese democratico come il nostro dovrebbe garantire a tutti questo diritto non approfittando di quella che il più delle volte è un’esigenza piuttosto che una scelta.
Chiara Del Priore
Giuditta Mosca
Simona Volpe
Fonti
• www.quitalia.it
• www.repubblica.it
• www.studenti.it
• www.cattolicaeracleaonline.it
•
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