Saturday, May 14, 2011
Fukushima e il dibattito sul nucleare italiano
Cosa pensate del nucleare ?Sul blog di Cultur-e, l'agenzia di comunicazione per cui lavoro, ho pubblicato un intervento che sintetizza le posizioni della politica, della scienza e dell'opinione pubblica a riguardo.
Migliaia di precari scesi in piazza: "Non vogliamo più essere sfruttati"
Articolo sulla manifestazione contro il precariato "Il nostro tempo è adesso", che si è svolta a Roma lo scorso 9 aprile. (fonte: la Repubblica degli stagisti")
"Il nostro stage all'Enit": un'esperienza fallimentare
Link all'articolo pubblicato sulla "Repubblica degli stagisti" il 10 marzo 2011. Il pezzo è la testimonianza di due lettori, ex stagisti dell'Enit, ente nazionale per il turismo.
Saturday, November 27, 2010
I giovani e la giungla del mercato del lavoro:tante parole, poche certezze. Ad Atreju 2010 Sacconi,Ichino,Polverini e Letta a confonto sul tema lavoro
Labels:
Atreju,
giovani,
lavoro,
repubblica degli stagisti
Sunday, July 11, 2010
Tirocini UNV, la testimonianza di Alice Michelazzi: «Un ottimo punto di partenza per conoscere il mondo della cooperazione»
Mi chiamo Alice Michelazzi, ho 31 anni e sono di Milano. Attualmente vivo in Africa, a Njombe, una cittadina nel sud-ovest della Tanzania, dove lavoro con una organizzazione non governativa a un progetto di elettrificazione e sviluppo rurale. Da sempre ho la passione per le politiche dello sviluppo e della cooperazione internazionale: ho iniziato ad avvicinarmi sul piano teorico a queste tematiche studiando scienze internazionali e diplomatiche alla sede di Forlì dell'università di Bologna. Durante il periodo universitario ho scoperto l'Internship Program dell'UNV sul sito UN/DESA, il portale del dipartimento di affari economici e sociali delle Nazioni Unite.
Ho partecipato, appena laureata, al bando del 2004 che prevedeva la partenza nella primavera successiva. Nel 2003 a Milano avevo svolto il servizio civile per l'ong CeLIM, Centro laici italiani per le missioni, ma il mio desiderio era di spostarmi all’estero: per questo mi ero già messa in contatto con diverse ONG. Fino a quando sono stata selezionata e, a marzo 2005, all’età di 26 anni, è iniziata la mia esperienza UNV: destinazione Eritrea. Il tirocinio, come previsto, è durato un anno: ho firmato un contratto e ho ricevuto un rimborso spese mensile di 1300 dollari [equivalenti all'epoca più o meno a 975 euro], commisurato al costo della vita del Paese che mi ospitava. Avevo poi anche diritto all’assicurazione sanitaria e a un viaggio a/r dal luogo di origine. In Eritrea ero l'unica tirocinante: lavoravo presso l’ufficio UNV di Asmara, affiancando la UNV project manager in tutte le attività di competenza di quella sede: dalla gestione dei volontari in arrivo e in partenza, alla redazione di una newsletter, dall’organizzazione degli eventi legati allo UNV Day, fino alla partecipazione alle attività della sede UNDP Eritrea. [A questo link, l'articolo «Volunteering for human rights in Eritrea and Ethiopia» scritto da Alice nel novembre 2005 e pubblicato sul sito UN Voluteers, nella sezione «Volunteer Voices»]
Nonostante le normali difficoltà e le mille problematiche che si incontrano in un paese straniero ritengo la mia esperienza molto positiva, perché mi ha dato la possibilità di scoprire “dall’interno” il mondo delle Nazioni Unite in tutte le sue sfaccettature. In più un tirocinio del genere rappresenta un elemento importantissimo per il proprio curriculum, oltre ad essere una buona carta da giocare per successive opportunità professionali. Ad esempio, nel mio caso, dopo il periodo di tirocinio UNV, ho trovato lavoro con la ong Iscos - Istituto sindacale per la cooperazione e lo sviluppo - sempre in Eritrea, da maggio a dicembre 2006, seguendo un progetto di sicurezza alimentare. In seguito sono arrivata a quella che è la mia occupazione attuale, in Tanzania: oggi torno in Italia solo un paio di volte l'anno.
A chi sogna di lavorare nell’ambito della cooperazione consiglio vivamente di fare questa esperienza. Innanzitutto perché vivere per un periodo così lungo all’estero permette di toccare davvero con mano un certo tipo di contesto, con tutte le sue criticità: sperimentare in maniera diretta determinate realtà, a mio avviso, è fondamentale per svolgere al meglio un lavoro del genere. E poi i tirocini UNV, avendo un limite d’età abbastanza basso [si può fare richiesta entro i 26 anni] sono un ottimo punto di partenza per entrare a contatto con questo mondo.
Testo raccolto da Chiara Del Priore
Wednesday, June 23, 2010
UNV Internship Programme: trenta tirocini in Paesi in via di sviluppo finanziati dal ministero degli Esteri
L’UNV Internship Programme, acronimo che sta per United Nations Volunteers, è un’iniziativa annauel finanziata dal Ministero degli affari esteri e organizzata in collaborazione con il dipartimento di affari economici e sociali delle Nazioni Unite, che offre a giovani laureati l’opportunità di effettuare tirocini in paesi in via di sviluppo, per un periodo di 12 mesi.
Il programma prevede la partecipazione a progetti delle Nazioni Unite in diversi stati extraeuropei (soprattutto africani, ma anche dell’America centro-meridionale e dell’Asia), intervenendo in specifiche aree di interesse:governance, pari opportunità, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, micro-imprese, riduzione della povertà, sviluppo sostenibile, ambiente.
I tirocinanti ricevono un alloggio e un rimborso spese, proporzionato al costo della vita del paese di destinazione e variabile dai 1000 ai 3mila dollari netti (da 830 a 2500 euro), più un biglietto aereo andata e ritorno.
Fino al 30 luglio è aperto il bando per gli stage UNV che partiranno a febbraio 2011. Ancora non è stato stabilito il numero preciso di posti disponibili, ma saranno all'incirca una trentina
I requisiti previsti dal bando (consultabile sul sito www.undesa.it) sono: età non superiore a 26 anni (nati dal 1 gennaio 1984), nazionalità italiana, ottima conoscenza della lingua inglese e preferibilmente di un’altra lingua ufficiale delle Nazioni Unite, laurea vecchio ordinamento, o specialistica, oppure triennale seguita da un master. È fondamentale, inoltre, possedere conoscenze di base sulle questioni della cooperazione allo sviluppo. Titolo preferenziale un’esperienza da volontario in ONG o comunità.
Il modulo di domanda, da compilare in inglese, è disponibile presso l’ufficio UN/DESA di Roma o scaricabile dai siti www.undesa.it e www.esteri.it. Ad esso vanno allegati una lettera motivazionale in inglese (non più di 200 parole), certificati di laurea e post-laurea (anche in fotocopia) e un elenco di tutti i corsi frequentati. La documentazione deve essere spedita al dipartimento degli affari economici e sociali delle Nazioni Unite (Corso Vittorio Emanuele 251, 00186 Roma), con la dicitura “Programma UNV Internship”. Non ci si può candidare via e-mail o fax.
L’iter di selezione è gestito principalmente dalla sede tedesca delle Nazioni Unite:l’Italia finanzia i contratti e decide i progetti da realizzare; a Bonn, invece, vengono selezionati i profili da convocare per i colloqui, che si svolgeranno a novembre 2010. I candidati prescelti prenderanno parte, a gennaio dell’anno prossimo, a un briefing di due giorni nella città tedesca, prima di iniziare il tirocinio, nel mese successivo.
Quella attualmente in corso è la decima edizione del programma UNV. Un progetto partito nel 2000, che finora ha coinvolto 292 tirocinanti, solo italiani, con circa 600 richieste ogni anno. A spiegare a Repubblica degli stagisti le caratteristiche del candidato–tipo è Rossella Salvia, programme officer dell’ufficio risorse umane per la cooperazione internazionale delle Nazioni Unite: “La maggior parte dei candidati arriva dal nord e dal centro Italia, in particolare Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia-Romagna. I neo-laureati da cui riceviamo più richieste provengono soprattutto dall’Università di Bologna, dalla Bocconi, dall’Università “La Sapienza” e dall’Università di Perugia. Solitamente, più del doppio dei posti sono assegnati a donne. Può capitare che alcuni tirocinanti abbandonino prima della fine dei 12 mesi, ma è difficile per noi monitorare questi dati”. Uno degli aspetti più interessanti è che, a fronte di un numero di richieste pressoché costante, i posti messi a bando sono aumentati di anno in anno: “Se la prima edizione prevedeva 15 tirocini – fa notare la dottoressa Salvia - , sono stati 29 quelli assegnati per il 2009-2010. Segno dell’interesse al potenziamento di questo tipo di attività”. Che sembra rappresentare un buon investimento per i tirocinanti: anche se a Roma non sono in grado di fornire cifre precise, spiegano che in diversi casi al tirocinio è seguito un contratto a termine o un inserimento stabile nella struttura in cui si è operato.
Chiara Del Priore
Friday, June 04, 2010
Articoli pagati 2,50 euro e collaborazioni mai retribuite. Ecco i dati della vergogna che emergono da una ricerca dell'Ordine dei giornalisti
L’informazione ha un costo. In tempi di crisi, però, questo dettaglio sembra passare in secondo piano: almeno stando alla ricerca “Smascheriamo gli editori”, presentata qualche giorno fa dall’Ordine nazionale dei giornalisti. Lo studio analizza le retribuzioni dei freelance, ossia i collaboratori, di una cinquantina di testate nazionali e locali, esaminando i dati che loro stessi hanno fornito all'Ordine.
Il quadro è allarmante: articoli pagati meno di 3 euro, compensi percepiti dopo anni - o mai. La condanna non risparmia nessun settore: dalla carta stampata ai giornali online, dalla radio alla tv. A partire dai quotidiani più importanti, che pure annualmente ricevono cospicui contributi dallo Stato: per esempio Repubblica, che riceve 16 milioni di euro di soldi pubblici, paga un pezzo di 5-6mila battute soltanto 30 euro lordi (nel 2009 il compenso era di 50 euro); il Messaggero arriva a un massimo di 27 euro per gli articoli più lunghi, a fronte di un finanziamento statale di circa 1 milione e mezzo di euro. Nella “lista nera” c’è anche il Gazzettino, diffusissimo nel nord-est, con una tiratura di circa 100mila copie: i compensi sono di 4 euro per un pezzo che non supera le mille battute, 9,50 euro fino a 2000, 15 euro fino a tremila e 19 euro se si va oltre.
L’abolizione dei tariffari minimi non ha migliorato le cose: l’ultimo, approvato nel 2007, suddivideva le testate in sette categorie. In tutti gli esempi descritti poco sopra le soglie minime stabilite sono tutt’altro che rispettate: a volte le retribuzioni erogate ai collaboratori sono inferiori perfino ai minimi della fascia più bassa. I «dati delle vergogna», come li ha definiti il segretario nazionale dell’Ordine Enzo Iacopino, non riguardano solo le testate principali. Fra tutte i giornali online: 4-5 euro lordi è il compenso mediamente percepito dalla maggioranza dei giornalisti che lavorano per testate web. Da segnalare anche gran parte dei giornali locali: il caso più eclatante è quello della Voce di Romagna, con i suoi 2,50 euro lordi ad articolo, nonostante un finanziamento statale di oltre 2 milioni e mezzo di euro.
Esistono, tuttavia, anche esempi positivi: Il Foglio paga i suoi collaboratori 180 euro lordi ogni 4200 battute; il Sole 24 Ore dai 60 agli 80 euro per un pezzo di circa 5000 battute; Il Riformista 50 euro per 5500 battute.
Al di là di questi casi particolari, come frenare questo sfruttamento sempre più frequente? Il ministro della gioventù Giorgia Meloni (lei stessa giornalista professionista dal 2006) ha lanciato l’idea di un “bollino blu” , una menzione di merito per le testate che hanno un comportamento virtuoso con i propri freelance. Silvano Moffa, a sua volta giornalista e presidente della commissione lavoro della Camera dei deputati, ha annunciato una proposta di legge che leghi i contributi pubblici all’editoria all’obbligo di una retribuzione equa e di garanzie minime per i collaboratori. Intanto i dati dell’indagine sono stati trasmessi alle procure della Repubblica per verificare la presenza di eventuali ipotesi di reato nelle situazioni descritte. La speranza è che alla denuncia seguano azioni concrete per cominciare a ricompensare equamente il lavoro di tanti professionisti.
Chiara Del Priore
Wednesday, April 28, 2010
Inchiesta pubblicisti - La mia prima "fatica letteraria" da professionista
La testimonianza di Carlo: «Sono diventato pubblicista scrivendo gratis: ma almeno le ritenute d’acconto me le hanno pagate»
In Storie di stage Di Chiara Del Priore - 27 aprile 2010
Mi chiamo Carlo, ho 23 anni e frequento la facoltà di Scienze della comunicazione all’università “La Sapienza”. Concilio lo studio con il lavoro in una copisteria, dove mi occupo dell’impaginazione di un giornale, di cui scrivo anche alcuni articoli. Per entrambe le mansioni sono regolarmente retribuito. Ho un contratto a tempo determinato di 300 euro mensili, che mi permette di pagarmi gli studi. Alla fine del 2008, dopo il classico iter di due anni e circa 90 articoli pubblicati, sono diventato pubblicista presso l’Ordine regionale del Lazio. Ho ottenuto l’agognato “tesserino” lavorando per una testata aziendale, cioè un giornale pubblicato da un’impresa e incentrato prevalentemente su tematiche aziendali, di cui preferisco non citare il nome. La redazione era composta di circa 10 persone, la maggior parte collaboratori. La mia era di fatto una collaborazione a distanza: scrivevo gli articoli da casa e non sono mai entrato direttamente a contatto con l’editore. Diventare pubblicista era per me il modo più semplice e meno oneroso per conoscere un mestiere che mi affascinava fin dai tempi del liceo. Avere il tesserino, poi, non mi avrebbe impedito di svolgere altri lavori.
Per certi aspetti, la mia storia non è molto diversa da quella di tanti aspiranti giornalisti: pezzi scritti e non pagati, in barba alla legge, che parla di “attività regolarmente retribuita”. Retribuzione ovviamente certificata, dichiarando il falso, dall’editore nell’attestato richiesto dall’Ordine per l’iscrizione all’albo. A completare la documentazione, la ritenuta di acconto sui soldi che teoricamente avrei dovuto ricevere. Una prassi purtroppo molto diffusa, che colpisce la dignità di chi si avvicina a questo mondo.
Tuttavia mi ritengo in qualche modo fortunato. Nonostante tutto, ho avuto dei privilegi in più rispetto a tanti colleghi: un rimborso spese per i miei spostamenti e per alcuni acquisti, come abiti in caso di partecipazione a particolari eventi, e il regolare pagamento dei contributi. Posso assicurare che non è poco: diversi amici e conoscenti hanno intrapreso l’attività giornalistica completamente a spese loro. Che tradotto significa non solo non essere pagati, ma anche versare i contributi di tasca propria, altrimenti niente tesserino. Devo riconoscere, inoltre, di aver avuto l’opportunità di fare esperienza in una realtà stimolante, che mi ha aiutato ad apprendere i trucchi del mestiere e a crescere professionalmente.
Il mio racconto lascia qualche speranza in più rispetto a tante altre vicende, ma non basta.
Il problema principale è che anche l’editore più onesto è costretto a fare i conti con continui tagli. E a farne le spese sono inevitabilmente i costi materiali e di tempo impiegati per formare e pagare un aspirante giornalista.
Il tutto all’interno di un sistema “malato”, che andrebbe abbattuto e ricostruito. A partire da nuove basi: innanzitutto stabilendo come criterio principale per il tesserino il possesso di una laurea o il diploma della scuola di giornalismo, in modo da portare nelle redazioni persone qualificate e non “scrittori ancora da formare”, a costo zero. È fondamentale tutelare la dignità di chi fa parte di questo mondo, sia da apprendista che da professionista. E poi bisognerebbe ripristinare i tariffari minimi dei giornalisti, aboliti nel 2008, e controllare che vengano rispettati: questo permetterebbe a chi scrive di avere la giusta ricompensa per il proprio lavoro.
Carlo*
* Carlo è un nome di fantasia, per proteggere l'identità della persona che ha affidato alla Repubblica degli Stagisti la sua testimonianza
Testo raccolto da Chiara Del Priore
Wednesday, January 20, 2010
Friday, December 11, 2009
Ho passato gli scrittiiiiiiii!!!!!!!!
A 10 giorni dalla fatidica prova scritta e dopo ore passate a pensare e sperare è finalmente arrivato il responso:PROMOSSA!!!!
Anche se è solo una tappa prima degli orali, mi godo questo successo con una bella serata in compagnia...
E da domani si ritorna sui libri...Gennaio è vicino...
Baci
Tuesday, March 31, 2009
Beautiful day...
Solo adesso ho un pò di tempo e di tranquillità per "realizzare" tutto...
"A beautiful day", canterebbero gli U2, e questa è la canzone che mi viene in mente
ripensando a quel giorno ...
Un giorno tutto da ricordare...La naturale emozione ,
Un lavoro durato mesi raccontato in dieci minuti,
Le parole di un professore che ti lasciano gli occhi lucidi,
La tua gioia e quella di chi ti vuole bene davvero.
Anche se chi mi è più vicino ripete continuamente che parlo troppo
devo riconoscere di non avere la stessa capacità quando si tratta di ringraziamenti, così come di legami affettivi
(già scrivere una dedica sulla tesi è stato uno sforzo enorme)...
Ora però sento di farlo, ma nel modo più semplice e forse più bello...
Grazie a tutti
PS:A quelli che mi dicono che non ho un cuore...Dopo questo post c'è qualche possibilità di ricredersi, che ne pensate?
Wednesday, February 11, 2009
Free press, la stampa che non conosce crisi
Tutti i quotidiani che si acquistano in edicola vendono tra i cinque e i sei milioni di copie al giorno. Ma bastano i primi quattro giornali free press, cioè distribuiti gratuitamente, a sfiorare i tre milioni di copie. È questo il risultato più clamoroso di una rivoluzione che ha trasformato il mercato editoriale, ma della quale editori e giornalisti non amano parlare troppo. La ragione? Semplice: il successo della free press fa paura alla stampa tradizionale, perché sembra inarrestabile, sottrae la pubblicità alle edizioni in vendita, per i giornalisti è un pericoloso concorrente e per i lettori rappresenta un’alternativa. Lo sviluppo di questo nuovo segmento di mercato editoriale è stato veloce. Era il 2000 quando a Roma e Milano arrivò Metro, primo quotidiano gratuito di informazione. L’intento era riproporre una formula già sperimentata in altre metropoli europee, a partire dalla Svezia, dove era nato nel 1995: fornire a costo zero notizie fruibili dal lettore nel tempo impiegato per raggiungere i luoghi di studio e di lavoro. Articoli brevi, scritti in italiano comprensibile e una scelta di informazioni da far invidia al telegiornale più popolare. Un anno dopo due grandi gruppi editoriali del nostro Paese, RCS e Caltagirone, si lanciarono nell’avventura rispettivamente con City e Leggo. Da allora il mercato italiano dei gratuiti si è progressivamente allargato, diversificando i suoi prodotti per target e contenuti, fino a raggiungere le dimensioni attuali.Ad otto anni di distanza, risultano editati in Italia 139 giornali gratuiti, di cui 105 mensili, 21 quotidiani e 13 settimanali (ma si raggiunge quota 200 se si considerano le testate con altre periodicità). E quasi la metà viene distribuita a Roma. Un fenomeno straordinario, insomma, che vale la pena di analizzare, usando le ultime rilevazioni effettuate nel 2008 dall’Associazione Italiana Free Press, che da due anni fornisce una fotografia del mercato.
Le tirature - Con riferimento alla tiratura, fra le principali testate Leggo registra il valore più alto, con 1.050.000 copie distribuite nel 2008 (tra le edizioni di Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Padova, Venezia, Verona, Bari, Genova, Bergamo, Brescia, Como e Varese), in aumento rispetto alle 860mila rilevate dall’Eurispes nel 2007, seguito da City ( distribuito a Milano, Roma, Bologna, Genova, Torino, Bari, Verona, Napoli) con 850mila copie (250mila in più in base ai dati Eurispes 2007) e Metro, distribuito a Roma e Milano (850mila copie nel 2008, 460mila secondo l’analisi Eurispes del 2007), Epolis con 600mila copie complessive (tra Roma, Milano, Torino, Bari e Palermo) e 24min con 450mila copie (presente a Roma e Milano).
I lettori - Sulla base dei dati Audipress 2008, Leggo è il più gettonato tra i free press nazionali, con 2.328.000 lettori nel giorno medio (i lettori nel giorno medio vengono stimati calcolando la media delle persone che hanno letto il quotidiano in ciascuno degli ultimi 7 giorni), di cui 1.269.000 uomini e 1.059.000 donne, seguito da City (1.986.000 lettori, di cui 1.071.000 uomini e 914mila donne), Metro (1.934.000 lettori, di cui 998mila uomini e 935mila donne) e Epolis (993mila lettori, di cui 551mila uomini e 442mila donne) su un totale di 23.278.000 lettori di quotidiani (13.941.000 uomini e 9.338.000 donne). Il successo della free press è legato a molteplici fattori, tra cui la semplicità di lettura e la facile reperibilità. L’analisi della readership effettuata da Eurisko sulla stampa quotidiana gratuita (2005) ha messo l’accento proprio su quest’aspetto: il 52% dei lettori afferma di prendere i giornali dagli appositi contenitori, il 33,6% di riceverli attraverso un incaricato alla distribuzione, il 16,5% da parenti ed amici, l’8,1%, infine, dichiara di trovarlo sul posto di lavoro o di riceverlo da colleghi.
Il fatturato pubblicitario - Non contando sulle vendite, la free press vive di raccolta pubblicitaria. Secondo i dati dell’Osservatorio sulla stampa della FCP (Federazione Concessionarie di Pubblicità) nel 2008 gli investimenti pubblicitari sulla stampa gratuita hanno registrato un incremento quanto a spazi di quasi due punti percentuali (1,7%), da 40.627 a 41.307, e un calo quanto a fatturato rispetto all’anno precedente di circa il 7%, passando da 78.998.000 a 73.586.000 euro. Decremento riscontrato in tutte le tipologie di pubblicità, da quella commerciale nazionale (passata da 52.577.000 a 48.293.000 euro, -8,1%), a quella di servizio (da 1.349.000 a 1.112.000 euro, -17,6%), fino alla commerciale locale (da 25.072.000 a 24.165.000 euro, -3,6%). Il calo del fatturato è in linea con l’andamento generale degli investimenti pubblicitari sulla stampa nello scorso anno, calati da 2miliardi 551.703 euro a 2 miliardi 421.360 euro (-5,1%). Quelli in free press rappresentano, quindi, il 3% degli investimenti totali.
Il caso Roma - Ben 66 su 139 giornali gratuiti, considerando sia quelli presenti esclusivamente a Roma che quelli diffusi anche in altre zone, è distribuita nella Capitale. Il che fa del mercato editoriale romano un caso straordinario all’interno di un fenomeno nazionale.
Non solo Leggo, City e Metro - Il panorama della stampa gratuita a Roma è molto vario: al di là dei free press più diffusi (City, Epolis, Leggo, Metro, 24min), si trovano altre testate, dai quotidiani Cinque Giorni (distribuito nella zona dei castelli romani, della Casilina e di Monti Prenestini) e DNews (nato a marzo e presente anche a Milano), fino a numerosi settimanali e mensili. Le testate settimanali sono sei, mentre i mensili raggiungono complessivamente quota 53.
La tiratura a Roma - Il numero di copie diffuse dai giornali gratuiti a Roma varia a seconda della periodicità delle testate. Per i quotidiani si va dalle 21mila copie di Cinque Giorni alle 240mila e 230mila delle edizioni romane di Leggo e Metro. A questi si aggiungono 24min con 450mila copie tra le edizioni di Roma e Milano, DNews, distribuito a Roma e Milano in circa 500mila copie, nonché Epolis e City. Nel settore dei settimanali si oscilla tra le 27mila copie de L’Ortica del Venerdì (distribuito nelle zone di Ladispoli, Cerveteri, S.Marinella e Fiumicino) ad Acchiappafilm e Cinema news, rispettivamente con 40mila e 50mila copie. Limitandosi ai mensili distribuiti solo sul territorio di Roma, si possono citare, infine, Pocket, con una tiratura per Roma di 120mila copie, 13Magazine (40mila copie), Barrio (distribuito in diversi quartieri di Roma) e Phantarei con 30mila copie, Vivi il centro e Abc Magazine (distribuito nei quartieri Aurelia, Boccea e Cassia), con 15mila copie complessive, Il Campidoglio (distribuito nei municipi del comune di Roma) e L’Unico, con 10mila copie.
Gli argomenti e il target - I quotidiani trattano di solito argomenti differenti tra loro, che spaziano dalla politica alla cronaca, fino a sport e spettacoli. In alcuni gratuiti distribuiti in più città, c’è solitamente anche una parte dedicata a fatti di cronaca locale. Settimanali e mensili sono, invece, più settoriali, basti pensare a riviste settimanali come Acchiappafilm e Cinema News, incentrate interamente sul mondo del cinema, o Gool, settimanale sul calcio. O ai numerosi mensili: 2Night, Cocktail By Night, FlemingRoma, Vivi il centro, Vivi Roma sono, ad esempio, incentrati sul mondo della vita notturna e hanno un target giovanile, Freesport, Sport Club, InformaFit sono dedicati allo sport, Acqua e Sapone, Beauty, trattano, infine, trattano di bellezza e si rivolgono a un pubblico femminile.
La raccolta pubblicitaria a Roma - Non c’è un dato pubblico complessivo sulla raccolta pubblicitaria a Roma. Ma per avere un’idea basta sentire il racconto di Claudio Matteucci, responsabile commerciale della filiale di Roma del giornale gratuito DNews: “Il nostro gratuito è riuscito a raccogliere, dalla sua nascita ad oggi, pubblicità per un valore pari ad un milione e 200-300 mila euro. Non si tratta di cifre eclatanti, soprattutto se paragonate a quelle dei gratuiti più noti e in circolazione da più tempo, ma è un risultato comunque significativo per un prodotto nato da meno di un anno e che fa ben sperare per il futuro”.
Saturday, December 06, 2008
Aids, molti giovani ancora non sanno cos'è
Di Aids si continua a morire, eppure molti giovani sono ancora completamente all’oscuro delle caratteristiche e dei rischi di questa malattia. È senza dubbio questo il dato più sconcertante emerso dall’incontro organizzato in occasione della cerimonia conclusiva del premio giornalistico intitolato a Riccardo Tomassetti, giornalista scientifico scomparso nel 2007 a 39 anni, che ha dedicato gran parte della propria attività alla divulgazione sul tema dell’Hiv. Nel corso dell’incontro, cui hanno partecipato associazioni impegnate nella lotta all’Aids, esperti e giornalisti, sono stati presentati i risultati di una ricerca che analizza la percezione del virus da parte degli utenti che si scambiano informazioni sulla rete attraverso blog e forum. I dati sono significativi: su circa 4100 messaggi dedicati alla malattia nel periodo preso in esame la maggioranza è concentrata nei forum delle associazioni, mentre solo una piccola parte è presente nei blog, spazi di conversazione meno “specializzati”. Su Internet, inoltre, l’Aids è citato molto meno rispetto, ad esempio, al cancro: in rapporto ai 3500 messaggi dedicati al cancro, sono solo 600 quelli che trattano di Aids-Hiv. “Questo significa – ha spiegato Cristina Cenci, antropologa e coordinatrice della ricerca – che in generale nel Web 2.0 l’Aids non emerge né come tema di attualità né come area di allarme sociale intorno alla salute. Non si parla di Aids perché si assume che rientri nella responsabilità del singolo e non della collettività”. Nonostante in Italia ogni giorno 11 persone si infettano con l’Hiv e sono almeno 40mila le persone sieropositive che non sanno di esserlo, il virus viene visto come qualcosa di estraneo e lontano, relegato ai paesi sottosviluppati o comunque associato esclusivamente a comportamenti “a rischio”, come lo scambio di siringhe infette o i rapporti omosessuali. Perché oggi ci si trova in questa situazione? Stefano Vella, direttore dell’istituto superiore di sanità di Roma, ha provato a fare il punto: “Una delle ragioni è il pensare che ormai, vista l’efficacia delle nuove combinazioni di farmaci, ci si trovi di fronte a una malattia ‘curabile’ e meno ‘drammatica’. In parte è vero, ma bisogna tenere alto il livello di guardia perché la terapia, anche se oggi più facile da prendere e meno tossica, è comunque complessa e va portata avanti per tutta la vita. È necessario continuare a tenere i riflettori accesi sull’Aids perché la malattia è ancora molto diffusa e perché la fascia maggiormente a rischio è quella dei giovani, e cioè il futuro di tutti noi”. È evidente che un ruolo di primo piano deve essere svolto dai mezzi di comunicazione, spesso sul banco degli imputati con l’accusa di fare “cattiva” informazione o di non farla affatto. Non in tutti casi, però: per questo motivo si è deciso di istituire un riconoscimento destinato ai giovani giornalisti che hanno avuto il merito di mantenere viva l’attenzione sul tema attraverso servizi per carta stampata, radiotelevisione e web e, dalla prossima edizione, anche blog e social network. Per la prima edizione del premio una giuria di giornalisti ha esaminato oltre 500 servizi, tutti, a detta dei membri, “di altissima qualità”: la dimostrazione che la corretta informazione può e deve fare molto per migliorare la conoscenza della malattia ed evitare, così, l’aumento della diffusione e le diagnosi tardive.
CHIARA DEL PRIORE
(LUMSA NEWS)
Thursday, November 13, 2008
Collaborare per la pace ne l nome di Dio/
ROMA- Sono trascorsi poco più di due anni da quando Papa Benedetto XVI, nel corso del suo viaggio in Baviera, pronunciava l’ormai celebre “discorso di Ratisbona”. La citazione fatta dal Pontefice durante la sua Lectio Magistralis all’Università tedesca, attribuita all’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, assediato dagli Ottomani a Costantinopoli durante la guerra santa, fu oggetto di un’aspra controversia con l’Islam. La frase in cui si affermava che “Maometto avrebbe portato solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada ciò che egli predicava”, anche se spesso estrapolata dal suo contesto ed enfatizzata dai media, causò indignazione tra i musulmani, cui seguirono polemiche e forti proteste di piazza. Da allora il tentativo di ricucire i già fragili rapporti tra le due religioni è passato attraverso varie proposte di dialogo, tra cui la lettera (dal titolo “Una parola comune tra noi e voi”) indirizzata lo scorso anno da 138 personalità musulmane al Papa e ai capi religiosi cristiani, dove emergeva l’esigenza di un confronto universale. Esigenza che si è concretizzata nel primo Forum cattolico-musulmano, organizzato a Roma dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in cui 29 esponenti cattolici e altrettanti musulmani hanno discusso sul tema “Amore di Dio, amore del prossimo”. È stato proprio il dialogo, inteso come “atteggiamento umile” nei confronti dell’altro, a fare da padrone nell’incontro interreligioso. Ad affermarlo nella conferenza conclusiva, davanti a una vasta platea di studiosi e giornalisti, è stato il professor Joseph Maila, rettore dell’ “Institut Catholique de Paris”, portavoce della parte cattolica: “Il dialogo – ha spiegato – non è uno scambio di convenevoli, ma di convincimenti. Lo spirito che lo ha caratterizzato in questi due giorni non è stato quello di uno scetticismo reciproco che spesso lo contraddistingue, né quello di un consenso puramente superficiale, ma una predisposizione che porta ad accostarsi con umiltà alle convinzioni di chi è di fronte a noi”. Obiettivo non sempre facile, soprattutto alla luce dei pregiudizi reciproci ancora presenti in alcuni esponenti delle due religioni: “Quella del dialogo – ha affermato Ingrid Mattson, presidente della Società Islamica del Nord America – è per entrambi una grande sfida. Ci sono musulmani e cristiani che non volevano ci riunissimo qui perché molte volte prevale la paura di comunicare con l’altro. Allo stesso tempo, l’iniziativa del dialogo è sorta come una necessità, in quanto la religione è ormai troppo spesso fonte di conflitti. Da qui l’esigenza di incontrarci per trovare delle soluzioni comuni”. Se la lettera inviata dagli esperti musulmani ai cristiani si limitava a individuare gli elementi comuni ai due testi sacri fondamentali, la Bibbia e il Corano, il seminario è andato oltre, individuando dei principi universali, a partire da un fondamento imprescindibile: Dio è amore e il suo amore si esplicita innanzitutto nel rapporto con il prossimo. Pilastro, questo, da cui derivano tutti i punti programmatici della Dichiarazione presentata al termine dei lavori del Forum: tra questi il rispetto per la vita umana, la tutela delle minoranze e l’impegno contro il terrorismo. “La vita umana – si legge al secondo e al terzo punto del documento – è un dono preziosissimo di Dio a ogni persona e la persona esige il rispetto della sua dignità originaria e della sua vocazione umana”; da qui l’importanza di tutelare, sulla base del rispetto per l’altro, che “include il diritto di individui e comunità a praticare la propria religione in pubblico e in privato”, le minoranze religiose: “Le minoranze religiose – si legge al punto numero 6 – hanno il diritto di essere rispettate nelle proprie convinzioni e pratiche religiose e hanno diritto ai propri luoghi di culto”; un tema, questo, enormemente dibattuto nel corso dell’incontro, anche alla luce delle persecuzioni di cristiani e musulmani laddove le loro religioni sono minoritarie: “I rapporti tra cattolici e musulmani – ha spiegato il cardinale Jean-Louis Turan, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – dipendono molto dalle circostanze politiche in cui l’Islam è religione maggioritaria, provocando spesso tensioni che poi si riflettono sulle minoranze cristiane nei Paesi islamici”.
Tensioni che sempre più di frequente sfociano in atti terroristici: “Professiamo – afferma l’undicesimo punto della dichiarazione – che cattolici e musulmani sono chiamati a essere strumenti di amore e di armonia tra i credenti e per tutta l’umanità, rinunciando a qualsiasi oppressione, violenza aggressiva e atti terroristici, in particolare quelli perpetrati in nome della religione”. Parole, queste, che suonano insolite a chi quotidianamente ascolta di continui attentati di stampo religioso, nonostante i musulmani affermino più volte di respingere ogni danno fatto ai cristiani e da parte cristiana continuino ad arrivare toni concilianti nel tentativo di fare del mondo, come afferma il cardinale Turan, “non una giungla ma una famiglia”. L’impressione è che, per ora, si sia giunti a un accordo prevalentemente sul piano etico e della giustizia, piuttosto che su quello strettamente teologico, su cui rimangono differenze che attualmente appaiono insormontabili. Oggi c’è ancora una frattura: da un lato parole rassicuranti e buone intenzioni, come la volontà di approfondire questi temi in un altro incontro da organizzare in un Paese a maggioranza musulmana. Dall’altro la realtà dei fatti, tra cui le continue invocazioni di chi intende far sentire la propria voce per combattere contro le violazioni della libertà religiosa. È di questi giorni la notizia che un gruppo di 144 cristiani, tra cui 77 musulmani convertiti, ha lanciato un appello affinché non si dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. Tra le richieste dei firmatari che la legge islamica non si applichi ai non musulmani, che sia abolita la loro condizione di dimmi, cioè di cittadini di seconda classe, che la libertà di cambiare religione sia riconosciuta come diritto fondamentale.
CHIARA DEL PRIORE(LUMSA NEWS)
Tuesday, October 21, 2008
Inchiesta sul cristianesimo:la verità oltre la fede
ROMA- Separare la verità storica dalle convinzioni che da sempre accompagnano una religione non è facile. Soprattutto se essa sopravvive da oltre venti secoli ed è ancora oggi la più diffusa al mondo. “Inchiesta sul cristianesimo”, ultimo libro del giornalista e scrittore Corrado Augias, rappresenta il tentativo di ripercorrere la nascita e l’evoluzione della religione di Gesù a partire dalle fonti disponibili, per distruggere, come afferma l’autore, le “favolette” radicate da anni nell’opinione collettiva. Il risultato, un dialogo tra il giornalista e il docente e storico della religione cristiana Remo Cacitti, ci dà un’immagine del cristianesimo completamente diversa da quella diffusa dalla Chiesa e supportata in maniera acritica dalla maggior parte dei mezzi di informazione, a partire dalle origini. Per molti studiosi, infatti, esso non è la religione di Gesù, ma il suo vero fondatore sarebbe Paolo, che ebbe il merito di trasformare una corrente del giudaismo in un culto autonomo, da lui poi diffuso nel mondo. Così come, in origine, non si poteva parlare di un’unica religione:esistevano, cioè, più “cristianesimi”, di cui uno solo avrebbe trionfato, consolidato dall’opera politica dapprima dell’imperatore Costantino, che nel 313 riconobbe la libertà di culto, e, poi, dell’imperatore Teodosio, che ne fece la religione di Stato nel 380.
Figure come quelle di Paolo e Costantino furono, secondo Augias, decisive per l’affermazione della religione, in cui il potere politico giocò un ruolo determinante: ”Nel IV secolo – ha affermato – ci fu uno stretto legame tra religione e politica, poiché il cristianesimo era considerato a quel tempo un potente strumento di attrattiva per ricompattare l’impero”.
A essere messe in discussione non sono solo le origini della fede cristiana, ma anche alcuni suoi aspetti fondamentali: ”Inchiesta sul cristianesimo” ricorda, tra l’altro, che quasi sicuramente Gesù non affidò alcuna missione universale agli apostoli, che probabilmente Pietro non venne mai a Roma, e che il pantheon romano, formato da tante divinità ognuna con un proprio compito, venne poi ripreso dalla Chiesa con il culto dei santi. O anche che un’istituzione come il celibato ecclesiastico, come si legge nel libro, “è il portato di una tradizione senza alcun fondamento biblico né dottrinale”.
La conversazione tra il giornalista che vuole “ricostruire storicamente” la religione, come si è definito Augias nel corso dell’incontro, e lo studioso del cristianesimo tocca anche punti da secoli dibattuti dalla Chiesa, dalla natura del peccato originale al problema dell’eternità di Cristo, fino alla sua resurrezione. Gesù, in quanto nato da un padre, può essere ritenuto eterno? La resurrezione si riferisce a un cadavere sepolto e ritornato in vita oppure si può parlare solo di un sepolcro vuoto, e quindi di una presenza puramente mistica?
Temi come questi contribuiscono a rafforzare le convinzioni dei più diffidenti e a stimolare l’interesse di chi guarda alla religione con “gli strumenti della ragione” , ma allo stesso tempo per un cattolico, cresciuto con gli insegnamenti del catechismo della Chiesa, sono certamente più difficili da accettare. Da anni la religione è oggetto di battaglie, spesso dure, che contrappongono scettici e credenti, ragione e fede. Se è lecito cercare di spiegarla da una prospettiva “razionale”, lo è anche chiedersi fino a che punto sia indispensabile ricostruirne ogni minimo aspetto senza lasciare spazio al mistero e all’inspiegabilità che le appartengono per natura.
CHIARA DEL PRIORE (LUMSANEWS)
Saturday, September 27, 2008
"Donne picchiate si ribellano",il coraggio di dire basta
24 SET - ''Chi ha detto che il tempo guarisce tutte le ferite? Alcune rimangono indelebili''. Martine ha 45 anni e alle spalle una vicenda di maltrattamenti finita in tribunale. Parole come queste non nascondono anni di sofferenza, ma la sua storia dimostra che si può trovare il coraggio di dire basta, a patto che lo si voglia davvero. Il nuovo libro di Aldo Rocco ''Donne picchiate si ribellano'', seconda parte di un'inchiesta iniziata dall'autore con ''Perché gli uomini picchiano le donne'', e' il racconto di mogli, madri, compagne che, come lei, hanno deciso di combattere la violenza fisica e psicologica subita dai partner e di percorrere una nuova strada.
Nove testimonianze di donne di classi e Paesi diversi, unite da lividi e percosse, ma soprattutto da dolore, vergogna, umiliazione. Tutte hanno saputo, però, fare i conti con il passato, trasformandosi da vittime a protagoniste della propria vita.
Da Martine a Leila, arrivata da clandestina in Italia e costretta a prostituirsi dal marito Murad, ''incastrato'' grazie al suo coraggio e all'aiuto di Paolo, un avvocato che ha dato a lei e alle sue tre figlie la possibilità di una vita migliore. A chi ha tagliato in maniera netta i ponti con il passato si affianca chi ha cercato di superarlo restando vicino all'uomo di cui era stata vittima.
E' il caso di Annunziata, che ha vissuto un'esistenza all'insegna della violenza e dei crimini commessi dal marito Pasqualone, ora a scontare sette anni per rapina, ma convinta che, con il carcere, ''le cose andranno meglio''. Oppure di Maddalena e Angelo, che, con il dialogo, sono riusciti a superare un passato di abusi ed eccessi, perché ''se c'e' amore una donna supera tutto per il suo uomo''. Una normalità a suo modo e' riuscita a recuperarla anche Raja, che, dopo le violenze subite dal marito Jussuf e la scoperta del suo vero orientamento sessuale, ha ricostruito con serenità vera o apparente il proprio nucleo familiare, fingendo di dimenticare la ''vera'' vita del marito.
Per affetto dei figli, per amore, spesso solo per concedere un’altra possibilità (“questo perché – afferma Mary – noi donne stimiamo gli uomini più di quanto meritino”):non è importante il motivo per cui si sceglie di dimenticare e andare avanti, ma la dignità con cui ognuna di queste donne ha saputo farlo.
Thursday, September 18, 2008
LA GUERRA DELLA TOPONOMASTICA, DA GRAMSCI ALLA MAFIA
ROMA, 18 SET - La "guerra della toponomastica" si
arricchisce di un nuovo episodio. A Cento, nel ferrarese, la
giunta di centrodestra (che già aveva tentato di intitolare una
via al gerarca fascista Igino Ghisellini) ha approvato un ordine
del giorno che mette al bando strade e piazze intitolate a
personaggi riconducibili al comunismo. A farne le spese
(scatenando inevitabili polemiche), l'unica via della città che
rientra in questa casistica: via Gramsci.
Sulla memoria si combatte da anni, in provincia e nelle
metropoli, da nord a sud. A Roma - la battaglia si è riaccesa
con l'elezione a sindaco di Gianni Alemanno - lo scontro è
sull'opportunità di intitolare una strada a Giorgio Almirante,
leader storico della destra italiana, ma anche direttore della
rivista "La difesa della razza" durante il Ventennio.
Dibattito acceso per la scelta di rendere omaggio a un
protagonista del periodo fascista anche a Verona, nell'agosto
scorso, dopo l'intitolazione di una strada a Stefano Rizzardi,
un volontario della Repubblica di Salò. Del resto anche nella
meno sospettabile Ravenna, una circoscrizione ha deciso,
all'unanimità, di dedicare una via o una piazza al primo
podestà della città, Celso Calvetti. A metà degli anni '90,
l'allora sindaco di Latina Ajmone Finestra (An) decise di
"tornare all'antico", rinominando Littoria il quartiere
centrale della città, e battezzando strade e piazze con nomi di
personaggi e località geografiche cari al Ventennio.
Sul fronte opposto, le città "rosse" da sempre si
sbizzarriscono con via Lenin, via Stalingrado, via Gramsci, per
arrivare all'"epicentro" del reggiano dove si trovano
addirittura vie Ho Chi Min e Maresciallo Tito. Fino a Cavriago,
comune il cui sindaco onorario, dal 1917, è Vladimir Ilic
Lenin.
Anche la lotta alla mafia è oggetto di scontro, quando si
tratta di ricordarne i protagonisti. Ultimo caso, a Comiso (Rg),
dove la giunta ha cancellato l'intitolazione dell'aeroporto al
parlamentare del Pci Pio La Torre, ucciso dalla mafia nell'82,
ripristinando, dopo appena un anno, la vecchia intestazione:
"Vincenzo Magliocco", generale dell'Aeronautica morto in
Etiopia nel '36. E sull'aeroporto Falcone e Borsellino, il
principale dell'isola, a pochi chilometri da Palermo, l'anno
scorso, il presidente dell'assemblea regionale siciliana
Gianfranco Micciché ha pubblicamente osservato che
l'intitolazione ai due magistrati uccisi dalla mafia,
"trasmette un'immagine negativa della Sicilia".
Su altri personaggi, legati alla storia recente del paese,
continua un dibattito che si è aperto, di fatto, il giorno dopo
la morte. E' il caso di Bettino Craxi, a cui alcuni comuni hanno
già dedicato vie, suscitando non poche opposizioni. (ANSA).
CENSIS, 10% FAMIGLIE ITALIANE VITTIME DI REATI
ROMA, 11 SET - Nell'ultimo anno e mezzo circa il 10%
delle famiglie italiane è stata vittima di un reato. Lo rivela
uno studio del Censis, che sarà presentato al World Social
Summit, iniziativa della Fondazione Roma che si terrà dal 24 al
26 settembre per discutere delle questioni legate all'evoluzione
sociale a livello internazionale.
L'allarme criminalità - è detto nella ricerca anticipata da
Giuseppe Roma, direttore Censis, a SkyTg24 - rappresenta una
delle principali paure degli italiani: ha subito almeno un reato
l'11,1% delle famiglie nel nord est, l'8,9% nel nord ovest, il
10,3% al centro e il 7,9% al sud. Sono le città più grandi,
inoltre, ad apparire più insicure: nei comuni con oltre 250mila
abitanti le famiglie vittime di episodi criminosi sono l'11,2%,
contro il 6,9% dei comuni fino a 5mila abitanti.
Analizzando le tipologie di reato, la più diffusa è il furto
in appartamento: ad averlo subito è il 37,5% delle famiglie
italiane, con una prevalenza al Centro, dove si registra una
percentuale del 52,5%, seguito dal 36% del sud, dal 33,3% del
nord ovest e dal 30,3% del nord est. Al furto in appartamento
seguono il borseggio, con una percentuale complessiva del 14,1%,
e il furto di veicoli, con il 12,5%, particolarmente frequente
al sud, dove la percentuale si attesta sul 20%.
Accanto ai dati ufficiali, per questo tipo di reati c'é
anche una rilevante percentuale di "sommerso", vale a dire
reati subiti ma non denunciati: sia per il furto in appartamento
che per il borseggio la percentuale è del 19,3%, e arriva al
35,7% soltanto nel nord ovest, area con il tasso di sommerso
più alto.
Ma quali sono i luoghi o le situazioni in cui gli italiani si
sentono più insicuri? Attraversare una zona frequentata da
tossicodipendenti è la maggiore ansia per il 36,8% degli
intervistati, più uomini (42,2%) che donne (33,5%). Il 22,9%,
invece, ha indicato come fonte di insicurezza l'attraversare una
zona ad alta presenza di immigrati (i più timorosi sono i
giovani con una percentuale del 33,7%), mentre il 20,5% segnala
l'uscire di banca o dalla posta dopo aver ritirato denaro
contante. Essere solo a casa di notte, nonostante la grande
frequenza di furti in appartamento, è motivo di paura solo per
il 10,9% degli intervistati, in prevalenza donne (13,2%).
(ANSA).
ORDINANZE ANTI-VU'CUMPRA' E PER CASSONETTI, MA SERVONO SOLDI
ROMA, 6 AGO - Un provvedimento anti-rovistaggio nei
cassonetti per prevenire il degrado sulle strade. Quella
annunciata da Gianni Alemanno e' una delle prime ''ordinanze
creative'' auspicate dal ministro Maroni, all'indomani della
firma del decreto che amplia i poteri dei sindaci in materia di
sicurezza. Ma ci sono gia' anche altri colleghi del primo
cittadino di Roma che annunciano misure contro il degrado e la
criminalita' diffusa.
Il sindaco di Alassio, prendendo esempio da Venezia, ha gia'
firmato un'ordinanza 'anti-vu'cumpra' (divieto di trasporto di
mercanzia in borsoni e sacchi di plastica e di utilizzo di
furgoni come deposito merce). Un doppio stop a venditori abusivi
e graffitari, viene dal sindaco di Massa Roberto Pucci:
''Firmero' - spiega - un'ordinanza che prevede l'installazione
di telecamere nei punti piu' nevralgici e decideremo con la
prefettura eventuali altre iniziative''. Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, parla di nuovi
interventi per arginare il fenomeno della prostituzione e il
dispiegamento di 'assistenti civici' con funzione di controllo,
in aggiunta ai 75 soldati inviati dal ministro La Russa. Per
''tutelare il decoro'', anche il primo cittadino di Padova, il
democratico Zanonato, intende multare i clienti di prostitute
che intralciano il traffico. ''Lo stesso - continua - vale in
caso di immobili occupati, di aree invase da ambulanti, o di
zone rese invivibili dalla presenza di clandestini''.
Ma c'e' anche chi, a prostituzione e accattonaggio, intende
aggiungere la battaglia contro lo spaccio di stupefacenti: e' il
caso di Torino, dove al Tossic park oggi controllato
dall'esercito, si aggiungono locali notturni e bar 'piazze
dello smercio'. ''Abbiamo raccolto tutte le segnalazioni di
polizia, vigili e carabinieri - afferma il sindaco Chiamparino -
in cui si dice che in quei posti si spaccia droga. Ecco, adesso
stiamo lavorando per riuscire ad intervenire in modo serio
contro di loro''.
Chiamparino, tuttavia, pur apprezzando il decreto, chiede
piu' risorse: ''E' inutile concedere piu' poteri ai primi
cittadini se poi mancano gli uomini alle forze dell'ordine,
oppure non c'e' la benzina per far girare le volanti della
polizia. Il problema e' che senza soldi non si fa nulla''.
Qualche riserva anche dal sindaco di Genova, Marta Vincenzi, che
spera che le nuove risorse non sostituiscano quelle gia'
promesse per il Patto sulla sicurezza, e da Massimo Cacciari,
primo cittadino di Venezia, che commenta:''Non ci sono novita'.
Non ci hanno appuntato nessuna stella da sceriffo sul petto. Se
non ci danno uomini e mezzi andremo avanti, come fatto fino ad
oggi, tra sussurri e grida''. Toni polemici, infine, da parte
di Adriana Scaramuzzino, vice di Sergio Cofferati, la quale ha
parlato di ''una logica da anni '30 che non e' al passo con la
democrazia. Nel momento in cui si ha solo un'impostazione di
questo tipo e non si fronteggiano i problemi dando delle
alternative significa che stiamo precipitando velocemente verso
uno Stato di polizia'' . (ANSA).
Subscribe to:
Posts (Atom)